Padre Benanti: "Big-tech più potenti di Stati. Così il digitale non è libertà"
Il teologo ed esperto di tecnologia racconta in un libro il caso del giudice Guillou, sanzionato dagli Usa dopo il mandato di arresto spiccato contro Netanyahu "Va costruita una coscienza civile, bisogna restare in uno spazio democratico".

Roma, 14 settembre 2026 – Immaginate che di punto in bianco vi sia tolto l’accesso a Facebook, Instagram e Whatsapp, che non possiate navigare su Google e vedere le vostre mail, aprire Airbnb, utilizzare le carte di credito Visa o Mastercard, eseguire bonifici col circuito Swift. Non è un incubo ma ciò che è successo al giudice francese Nicolas Guillou della Corte internazionale dell’Aja, colpito dalle sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control degli Stati Uniti nel 2025 dopo che ha contribuito a inviare i mandati d’arresto contro Netanyahu e altri leader di Israele. Il teologo francescano Paolo Benanti, docente alla Luiss e all’Università di Seattle, già consigliere di papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale, racconta la storia del giudice francese nel libro “Il Caso Guillou“, (Silvio Berlusconi Editore).
Padre Benanti, partiamo dalla “colpa” di Guillou...
"Quella di avere sostanzialmente fatto il suo dovere come giudice in un organismo non riconosciuto negli Stati Uniti e rispetto al quale è stata comminata una sanzione estesa a quasi tutti i giudici dell’Aja. Gli Usa tentano così di fermare l’azione della Corte".
Come è possibile che la sanzione abbia riportato una persona agli anni 90, senza social e web?
"La sanzione iscrive Guillou nella lista internazionale dei terroristi. Se dovesse entrare sul territorio americano verrebbe arrestato e qualsiasi asset confiscato. Le sanzioni secondarie impediscono a ogni cittadino o impresa americana di fornire servizi alla persona sanzionata. Siccome il 98% delle mail che usiamo in Europa e i sistemi di pagamento Visa, Mastercard e Amex sono statunitensi, e che persino la Corte Penale Internazionale utilizza un software americano, ecco che Guillou si trova in una condizione analoga sul piano digitale alla scomunica che subì Spinoza. Poi i cittadini francesi in Francia hanno comunque una rete di solidarietà che consente loro di vivere. I colleghi africani di Guillou colpiti dalla sanzione si trovano in posizioni più drammatiche: non riescono a inviare i soldi alla famiglia con i money transfer".
Lui come riesce a prenotare un aereo o a muoversi?
"Per fortuna l’omonimia aiuta, non si possono controllare tutti i Mario Rossi! Poi ha una famiglia che lo aiuta. Ma non vuol dire che non sia difficile e non siano violati i suoi diritti. Guillou vive in Francia e continua a lavorare alla Corte. Si muove con il treno, è venuto in Italia in auto (non so se per piacere o perché non poteva altrimenti). Ma non può usare le app, non può acquistare un biglietto con Skyscanner o un’applicazione americana".
Guillou è un cittadino della Ue ma subisce le sanzioni politiche degli Usa: chi lo difende?
"Per creare una difesa serve una risposta continentale. L’Europa è molto efficace nel fare le cose, ma non è veloce. Sono anni ad esempio che si parla dell’euro digitale, una forma di pagamento alternativo a quello americano. L’ostracismo è venuto dalle banche. Ciò che ci ha dimostrato Guillou è che nell’epoca digitale la sovranità non corrisponde più alla territorialità. Nella galassia digitale gli accadimenti avvengono come dispongono i software digitali. Chi controlla il software controlla ciò che accade".
E’ un cambiamento epocale dello stato di diritto?
"Montesquieu dice che la libertà esiste solo se i poteri sono separati. Il caso Guillou ci dice che non c’è separazione e se non c’è separazione di fatto non c’è libertà. Lo Stato di diritto dà delle certezze sulla sanzione ma anche sulla modalità di ricorso".
Quando aderiamo a un social o ad un servizio web, quale difesa abbiamo?
"Di fronte a aziende che valgono più di Stati, dobbiamo rispettare termini di servizio contrattuali che sono ormai più potenti delle Costituzioni. È una condizione nuova e che come tutte le novità va analizzata per poi avere una risposta razionale e democratica".
Come potremo uscirne?
"Innanzitutto costruendo una coscienza civile. Ancora oggi, quando parliamo dell’euro digitale, vediamo reazioni ideologiche che servono solo a rallentare l’Europa. Volendo rimanere uno spazio democratico, non si può non partire da un aumento di consapevolezza dei cittadini".
Lei scrive che il digitale è uno spazio anarchico.
"Il digitale nasce come uno spazio di libertà, o almeno percepito come tale. La prima internet non prevedeva neanche le password. È un sogno che ci ha guidati, salvo poi svegliarci in una realtà diversa. Oggi ci accorgiamo che il digitale è l’elemento più importante della geopolitica, soprattutto la parte che risponde all’intelligenza artificiale".
Che cosa ne pensa degli allarmi sull’AI moltiplicati negli ultimi giorni? Sono sottovalutati?
"No, anzi, sono stati troppo sottolineati ed è partito questo effetto Terminator che non esiste altrove. Chiaro, è una cosa che ci deve far riflettere. Da un punto di vista matematico è innegabile, come tutte le volte che facciamo un esperimento al CERN di Ginevra esiste una possibilità che si apra un buco nero che ci inghiotta. Però bisogna pensare che le quattro maggiori aziende di intelligenza artificiale americane l’anno prossimo investiranno 750 miliardi di dollari. Molto di più della nostra spesa per la pubblica istruzione".
Nel suo libro cita il diritto romano, l’Homo peregrinus e i suoi diritti universali: dobbiamo seguire quella strada?
"Qualcuno più importante di me ha detto che c’è una Magnifica Humanitas che richiede di essere rispettata anche per gli attori dell’intelligenza artificiale. C’è bisogno di una base razionale per un diritto umano. Visto che l’umano si esprime oggi anche nel digitale, deve essere riconosciuto anche in quello spazio".
Ultimo aggiornamento: Lunedì 14 settembre 2026, 09:23







