“Ho fatto cose talmente brutte” è la confessione di Sempio? Il profilo psicologico e i bias di conferma
Delitto di Garlasco, il Racis ha depositato una consulenza sulla personalità dell’indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. Negli scritti rinvenuti a casa Sempio non affiora un assassino che racconta ma un ragazzo assediato che scrive per non crollare. Quell’appunto: “Vogliono creare il mostro”

Diari, post social, appunti, soliloqui, device. Basta questo, spesso, per accendere il riflesso più comodo: trasformare una fragilità in un indizio e una personalità inquieta in una personalità criminale. Il Racis ha depositato una consulenza sulla personalità di Andrea Sempio nel nuovo filone d’inchiesta sul delitto di Garlasco. Quel materiale racconta davvero un movente o rischia di diventare il contenitore perfetto di un sospetto già deciso?
Un profilo psicologico può orientare un’indagine, ma non può diventare una prova. Il rischio più grave è leggere tutto dopo, con il delitto già in testa, e far diventare ogni frase un frammento d’accusa. È il meccanismo più insidioso perché non analizza più una mente, ma costruisce una colpevolezza. In gergo tecnico, si parla di bias di conferma.
Negli scritti rinvenuti a casa Sempio non affiora un assassino che racconta. Affiora, piuttosto, una personalità assediata, che scrive per non crollare. Uno di quegli appunti, “Vogliono creare il mostro”, non suona come una confessione, ma come la percezione di essere risucchiato dentro un’identità imposta, una frattura tra ciò che sente di essere e ciò che gli altri vogliono cucirgli addosso. Anche frasi più dure, più cupe a lui attribuite, non bastano a parlare di delitto.

Quella che fa più discutere è “ho fatto cose talmente brutte che nessuno può immaginare”. Questa, però, non è necessariamente una confessione: può essere trauma, contaminazione emotiva, colpa. Chi confessa davvero, di solito, razionalizza, ricostruisce, racconta ciò che effettivamente ha fatto. Qui invece si intravede un Io che si chiude per difendersi, che si colpevolizza in modo globale, ma non verbalizza un omicidio.
Scrivere, per Sempio, sembra allora essere stato un tentativo di mettere ordine nel caos, una forma di auto-contenimento psichico tipica di chi si sente schiacciato da un’accusa che non riconosce come parte della propria identità. Ciò perché non tutto ciò che è oscuro è criminale, e non tutto ciò che è disturbato è colpevole. In più, così argomentando, torna dirompente la chiamata di Alberto Stasi al 118 in netto ritardo rispetto al momento in cui ha visto Chiara riversa a terra.
Torna dirompente la chiamata di Alberto Stasi al 118 in netto ritardo rispetto al momento in cui ha visto Chiara riversa a terra.
Quella telefonata effettuata in prossimità della caserma dei Carabinieri e nella quale la vittima viene definita “persona”. Lo shock emotivo, di solito, spinge a chiamare per nome — Chiara — o per ruolo affettivo — la mia fidanzata. E allora la domanda resta: se davvero non era certo che fosse morta, come sostiene al telefono con l’operatore del 118, perché perdere altro tempo? Perché non chiamare subito i soccorsi e fare un drammatico tentativo di salvarla? Alla revisione, semmai ci sarà, l’ardua sentenza.
Ultimo aggiornamento: Giovedì 23 aprile 2026, 20:13








