Il cappio del killer. La libertà di Tania era il vero obiettivo
Dino Keber agiva sul senso di colpa delle sue vittime

Roma, 20 agosto 2026 – Dino Keber non è arrivato nella vita di Tania Terrin senza precedenti. È arrivato senza condanne, e non è affatto la stessa cosa. Prima di Tania, altre donne lo avevano denunciato e, secondo il racconto di una delle sue ex, Keber era riuscito a convincerle a ritirare la denuncia. Quelle segnalazioni non si erano evidentemente tradotte in condanne, il suo casellario era infatti rimasto pulito e la violenza, anziché scomparire, era stata semplicemente trasferita dalle carte alla memoria delle donne.
Il casellario giudiziario registra i giudicati, mentre il rischio di un’escalation si valuta osservando la reiterazione dei comportamenti. Confondere l’assenza di sentenza con l’assenza di segnali significa poter considerare senza precedenti un uomo che, in anni diversi, più donne avevano già descritto attraverso lo stesso copione di controllo e violenza.
Per questo il femminicidio di Tania non è cominciato sul divano di casa sua la sera di Ferragosto, ma molto prima, quando Keber ha trasformato la libertà di lei in una colpa. Una colpa che aveva persino una forma precisa: quella del cappio che le mostrava ogni volta che Tania tentava di lasciarlo, trasformando una minaccia apparentemente rivolta contro se stesso in uno strumento di controllo su di lei. Il messaggio implicito era: "Se salvi te stessa lasciandomi, uccidi me”. Il primo bersaglio di quel cappio, dunque, non era il collo di Keber, ma la libertà di Tania. Il cappio soltanto alla fine si è stretto materialmente attorno a lui, dopo che le sue mani avevano già stretto il collo di lei.
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Una delle sue ex afferma: “Se non avessi ritirato quella denuncia, forse Tania sarebbe ancora viva”. E proprio questo è l’esito postumo più perverso della manipolazione: l’uomo commette il delitto e una donna sopravvissuta finisce per attribuirsene la responsabilità. Ma quella responsabilità non appartiene a lei, né a una denuncia ritirata o a un perdono: appartiene esclusivamente a Dino Keber.
Lui è morto, ma il meccanismo con cui aveva tenuto prigioniera Tania continua ad agire nella frase “È colpa tua”, che oggi un’altra donna rivolge contro se stessa. Comprendere perché una donna ritiri una denuncia, rimanga o perdoni è necessario; trasformare quelle domande in un processo alle sue scelte significa, invece, spostare la responsabilità da chi esercita la violenza a chi la subisce. Dunque, se continuiamo a concentrare il racconto su ciò che quelle donne avrebbero potuto fare, le riportiamo sul banco degli imputati e lasciamo vuoto il posto dell’assassino. Sarebbe l’ultima vittoria di Keber e, questa volta, gliela consegneremmo noi.
Ultimo aggiornamento: Giovedì 20 agosto 2026, 14:01








