L’analisi di Anna Vagli. “Lorena assassinata perché non sappiamo immaginare il pericolo”
Il femminicidio-suicidio sul cavalcavia dell’A1, iI killer era apparso tranquillo davanti al suo psichiatra. Ma anche la compostezza può nascondere un’ossessione

Firenze, 13 settembre 2026 – Lorena Isceri, ennesima vittima di femminicidio, aveva un debito. Almeno nella contabilità sentimentale di Federico Vella. Un debito fatto di levatacce alle sei, fiori, sorprese, attenzioni. Quel debito, però, esisteva soltanto per lui. Quando presenti il conto di ciò che hai fatto per una donna proprio nel momento in cui quella donna decide di lasciarti, l’amore diventa una moneta. E con quella moneta pensi di aver comprato qualcosa. Gratitudine, permanenza, disponibilità. Forse persino il diritto di essere scelto ancora.
Quando Lorena decide di chiudere, quel conto viene presentato a qualcun altro, sua madre Antonietta. Vella le scrive, le chiede di parlare con la figlia, di convincerla. Quando capisce che quella donna non diventerà l’alleata che vorrebbe, arriva l’accusa. "Tu remi contro di me".
È triangolazione. Se Lorena ormai è irraggiungibile, si tenta la strada di chi le sta accanto. Quel conto così salato sopravvive persino al femminicidio. Dopo aver ucciso Lorena, Vella attribuisce alla madre di lei una responsabilità per quanto accaduto. Sostiene che, se non lo avesse trattato male, tutto questo non sarebbe successo.
La sequenza è dunque feroce nella sua coerenza. Prima il credito emotivo, poi il tentativo di scavalcare il rifiuto, infine la responsabilità spostata altrove. Ma Lorena non aveva alcun debito da saldare. Lo psichiatra che seguiva Federico Vella da anni lo aveva visto poco prima e lo aveva trovato "relativamente tranquillo". Poche parole che, dopo quello che è accaduto, pesano moltissimo.
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Un colloquio fotografa un momento. E un uomo capace di parlare con calma a un medico può essere lo stesso uomo che, fuori da quella stanza, sta vivendo il rifiuto come un’umiliazione intollerabile. La compostezza osservata durante una visita racconta ciò che accade in quella visita. Molto meno ciò che può accadere quando quella persona torna davanti all’oggetto della propria ossessione.
La valutazione clinica si è inceppata? Sarebbe troppo semplice dirlo. Tra il Vella "relativamente tranquillo" visto dallo psichiatra e l’uomo che avrebbe ucciso Lorena c’era una distanza enorme solo in apparenza. Il fallimento, allora, diventa più grande del giudizio di un singolo specialista. È il fallimento del nostro modo di immaginare il pericolo. Continuiamo ad aspettare l’uomo fuori controllo, quello che urla, minaccia, perde il contatto con la realtà. Così rischiamo di sentirci rassicurati davanti a chi parla bene e appare composto. Intanto il pericolo può stare altrove come nella convinzione di vantare un credito emotivo. Forse avremmo dovuto imparare da tempo a guardare meno quanto è tranquillo un uomo e molto di più che cosa succede dentro di lui quando una donna gli comunica che non gli appartiene.
Ultimo aggiornamento: Domenica 13 settembre 2026, 10:14









