Strage di Camaiore, nel ricaricare l’arma c’è l’impronta del male
La volontà dell’assassino di annullare moglie e figlio e quel gesto ripetuto più volte con il fucile.

A Camaiore è andato in scena uno dei drammi familiari più devastanti degli ultimi anni. Un uomo imbraccia un fucile, uccide la moglie Katy Andreoni e il figlio Mirko. Quando l’arma si scarica, la storia potrebbe ancora cambiare. Invece no. Rientra in casa, recupera altre cartucce, ricarica il fucile e torna all’esterno per riprendere a sparare. È in quell’intervallo, più ancora che negli spari, che la mente dell’autore lascia la sua impronta più profonda. E la conferma, almeno sul piano della rappresentazione mentale del gesto, sembra arrivare anche dalle parole pronunciate subito dopo: "Ho fatto quello che andava fatto. Mi sono liberato". Una frase che non descrive soltanto ciò che è accaduto, ma suggerisce il modo in cui quell’azione è stata vissuta da chi l’ha compiuta.
Denuncia, soprattutto, quale fosse il problema che, nella sua mente, riteneva di dover risolvere. È proprio in quella breve sequenza, destinata probabilmente a occupare poche righe negli atti d’indagine, che da un punto di vista comportamentale si concentra uno degli aspetti più inquietanti dell’intera vicenda. La mente lascia tracce soprattutto nelle pause. Ed è proprio nelle pause che si apre una possibilità che l’impulso si esaurisca, che la rabbia perda forza, che la coscienza riemerga interrompa l’azione. Quando, invece, quell’intervallo viene riempito da una sequenza ordinata di comportamenti la pausa smette di rappresentare un possibile freno e diventa parte integrante della dinamica.

Se poi il rifiuto dell’orientamento sessuale del figlio avesse avuto un ruolo in questa vicenda, il centro della storia non sarebbe l’omosessualità di Mirko. Sarebbe l’incapacità di un padre di tollerare che quel figlio esistesse al di fuori dell’immagine che aveva costruito per lui. Quando un genitore vive il figlio come un’estensione di sé e non come una persona autonoma, ogni scelta che incrina quell’immagine può trasformarsi, nella sua esperienza soggettiva, in una ferita narcisistica, in una perdita di controllo, in un’umiliazione intollerabile.
Se quel conflitto si radicalizza, il figlio rischia di perdere, nella mente dell’autore, la propria identità. Non è più una persona da amare, comprendere o persino contestare. Diventa il simbolo di tutto ciò che alimenta il proprio dolore, il bersaglio sul quale concentrare frustrazione, vergogna e rabbia, fino a essere vissuto come qualcosa da eliminare per ritrovare un equilibrio interiore. È questo, forse, l’aspetto più oscuro.
Perché il grilletto, in certi casi, viene premuto due volte: la prima nella mente, quando l’altro smette di essere una persona; la seconda con il dito, quando quella convinzione trova il suo tragico compimento.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 29 giugno 2026, 08:10







