Mosca, Pechino e il lato fragile della potenza
A Irkutsk, dove si è registrato un incidente al laboratorio anti-peste, non si parla di pandemia, ma la mancanza di trasparenza e strutture inadatte ricordano in modo inquietante la genesi del Covid

Roma, 6 ottobre 2026 – Hanno un passato imperiale, vogliono riscrivere le regole delle relazioni interazionali. Ma sembrano avere qualche problema con la sicurezza dei loro laboratori. La morte di una dipendente dell’Istituto anti-peste di Irkutsk ha riaperto una questione che in Russia va molto oltre il singolo caso sanitario e ricorda, in modo inquietante, la genesi del Covid-19 in Cina: ritardo nelle informazioni, mancanza di trasparenza e poca voglia di aggiornare la comunità internazionale.
- Cosa è successo
- Il ricorso storico
- Grandi potenze, ma...
- Il caso del Covid in Cina
Cosa è successo
Per il momento si sa che una giovane donna di nome Daria Shipilova, 28 anni, tecnica dell’Istituto di ricerca anti-peste della Siberia e dell’Estremo Oriente di Irkutsk, è morta nei primi giorni di ottobre dopo essere stata ricoverata a Shelekhov con una grave polmonite. Rospotrebnadzor, l’autorità sanitaria federale, parla ufficialmente di "polmonite di eziologia sconosciuta” e sostiene che le analisi non abbiano individuato microrganismi collegati all’attività professionale della donna né incidenti nella manipolazione di agenti patogeni.
Ma c’è qualcosa che non torna. Quasi duecento persone sono state individuate come contatti e poste sotto osservazione; l’ospedale di Shelekhov è stato messo in quarantena, mentre oltre sessanta dipendenti dell’Istituto sarebbero rimasti isolati nella struttura. Anna Popova, direttrice di Rospotrebnadzor, è arrivata personalmente nella regione per coordinare le misure. Finora nessuno dei contatti avrebbe sviluppato sintomi riconducibili alla peste; tra le persone sottoposte a test sono stati invece individuati casi di Covid e di comuni virus respiratori.
Il ricorso storico
Non c’è quindi, allo stato attuale, una “peste russa”. C’è però un ricorso storico che tocca un nervo scoperto: il rapporto tra capacità dello Stato, controllo dell’informazione e vulnerabilità. La Russia conosce bene la peste. Nel 1770-71 un’epidemia devastò Mosca mentre l’impero di Caterina II combatteva contro gli ottomani e consolidava il proprio ruolo di grande potenza europea. La malattia arrivò probabilmente attraverso le zone interessate dalla guerra. Le autorità reagirono tardi; quando la gravità della situazione divenne evidente, quarantene, isolamento e restrizioni alimentarono una crisi sociale culminata nella rivolta della peste del settembre 1771.
L’Unione Sovietica trasformò quell’eredità in una vasta rete di istituti, stazioni territoriali e laboratori incaricati di sorvegliare i focolai naturali di Yersinia pestis, particolarmente presenti nelle regioni asiatiche. Irkutsk appartiene a questa storia. Gli istituti anti-peste non sono un residuo folcloristico dell’Urss: nascono da una necessità reale e da una tradizione scientifica importante. Ma il sistema sovietico finì anche per intrecciarsi con l’apparato militare e con i programmi di guerra biologica. Sanità pubblica, ricerca sui patogeni e sicurezza nazionale vennero progressivamente a occupare territori contigui, venendo a creare un ibrido con grandi ambizioni senza possedere automaticamente la credibilità necessaria per affrontare una crisi sanitaria.
Leggi anche
Grandi potenze, ma...
Il caso di Irkutsk ripropone una contraddizione già emersa in Cina all’inizio della pandemia: la distanza tra le ambizioni scientifiche di una grande potenza, la solidità delle strutture chiamate a sostenerle e, ultimo, ma non meno importante, la trasparenza dei regimi dittatoriali nei confronti della comunità internazionale. Mosca ha investito nella ricerca sui patogeni e considera biotecnologie e biosicurezza settori strategici, ma una parte della rete russa continua a poggiare su infrastrutture ereditate dall’Unione Sovietica e ammodernate in modo diseguale.
Il caso del Covid in Cina
È una dinamica che ricorda Wuhan. Negli anni precedenti al Covid, Pechino aveva fatto dell’Istituto di virologia uno dei simboli della propria ascesa scientifica: nel 2018 vi era entrato in funzione il primo laboratorio cinese con livello massimo di biosicurezza, BSL-4, costruito nell’ambito di una strategia che puntava a portare il paese ai vertici mondiali della ricerca sui virus. Ma già prima della pandemia erano emersi interrogativi sulla disponibilità di personale adeguatamente formato e sulla capacità di applicare standard di sicurezza estremamente sofisticati.
L’origine del SARS-CoV-2 resta irrisolta e non esistono prove conclusive che il virus sia uscito dal laboratorio di Wuhan: il parallelo riguarda quindi le strutture, non l’origine del Covid. Cina e Russia hanno cercato di comprimere rapidamente il divario scientifico con l’Occidente, investendo in settori ad alto valore strategico e simbolico. In entrambi i casi emerge lo stesso rischio: costruire capacità da grande potenza più rapidamente di quanto crescano le infrastrutture, le procedure e il capitale umano necessari a sostenerle. Irkutsk, qualunque sia la causa finale della morte della ricercatrice, solleva esattamente questa domanda.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 13:06








