Navi Pillay e l’accusa a Israele: “A Gaza è genocidio”. Al fianco di Mandela, poi una vita in difesa dei diritti umani
Nata in Sudafrica, la giurista premio Nobel per la Pace lottò contro l’Apartheid con il futuro presidente. Alla Cpi fra il 2003 e il 2008, ha presieduto la commissione Onu sui Territori

New York, 10 ottobre 2026 – “Il mio messaggio ai leader politici è che hanno un obbligo di legge: quello di proteggere i diritti umani e astenersi dalla guerra”. A margine di una conferenza sui diritti umani a Norimberga, in Germania, la neolaureata Nobel per la Pace Navi Pillay, 85 anni, sceglie un’affermazione cristallina. “Non ci vuole coraggio, per dire la verità. Si interpreta la legge, guardando ai fatti” continua.
E non perde l’occasione per una battuta, dopo gli applausi dei colleghi presenti alla conferenza: “Se continuate ad applaudire così, mi toccherà condividere questo premio con Trump”, facendo riferimento alla precedente laureata Machado: aveva regalato il suo Nobel al presidente americano, sempre affamato di visibilità e lodi, ma non aveva ottenuto in cambio la tanto desiderata presidenza venezuelana.

Navi Pillay è cresciuta nel Sudafrica dell’apartheid, a Durban, né bianca né nera ma parte della minoranza “coloured” per le sue origini indiane Tamil. Ha studiato legge e da avvocata ha difeso numerosi attivisti contro l’apartheid dalle accuse di terrorismo, ottenendo il diritto alla rappresentanza legale per prigionieri politici come Nelson Mandela. Fu lei nel 1973 a ottenere che gli avvocati potessero vedere i detenuti a Robben Island, fra cui lo stesso Mandela. Con la caduta dell’apartheid, è diventata giudice dell’Alta Corte del Sudafrica e ha lavorato per anni sui temi dei diritti delle donne.

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Fino al 1995, anno in cui le Nazioni Unite l’hanno nominata al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che ha poi presieduto. In quell’occasione fu riconosciuta per la prima volta lo stupro di guerra come strumento di genocidio. Da allora, un crescendo di visibilità su scala mondiale, fino al ruolo di giudice alla Corte penale internazionale – dal 2003 al 2008 – e quello di Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
“L’ultimo lavoro che ho fatto è stato consegnare il rapporto su Gaza, in cui definisco quello che sta accadendo un genocidio” ha dichiarato Pillay, che ha presieduto una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Un termine contestato dal governo israeliano (il ministro degli Esteri bolla il Nobel a Pillay come “una legittimazione del pregiudizio e dell’odio”; in occasione del rapporto delle Nazioni Unite, il governo Netanyahu aveva già chiamato gli autori “burattini di Hamas”) e poi ripreso da politici e media in tutto il mondo. Compreso, di recente, il sindaco di New York Zohran Mamdani, che è stato contestato duramente da entrambe le parti per le sue parole in occasione dell’anniversario del 7 ottobre: troppo spazio alla condanna del genocidio, secondo diverse organizzazioni filoisraeliane; troppo spazio alle vittime israeliane, secondo gli attivisti pro-pal.
Certo non è un messaggio facile da accettare, a Washington: è uno schiaffo esplicito all’alleato Benjamin Netanyahu, ma è anche il riconoscimento dell’importanza della Corte penale internazionale, la cui giurisdizione l’America rifiuta di riconoscere anche da prima di Trump. Clinton ne aveva firmato lo statuto, ma il suo successore Bush Jr aveva ritirato la firma; e poi niente progressi per decenni, fino all’attuale campagna promossa dal segretario di Stato Marco Rubio contro i giudici che ne fanno parte e per convincere altri paesi ad uscirne. Per la commissione norvegese, invece, il lavoro della Cpi fa parte del percorso di vita di Navi Pillay in difesa dei diritti umani. E per questo merita il Nobel.
Ultimo aggiornamento: Sabato 10 ottobre 2026, 05:02









