Petrolio, è allarme nero. Arabia, minacce Houthi sulle scorte. L’Italia rischia di perdere il 6% dei barili
Tensione negli Stretti, bin Salman avverte: senza sicurezza nessun futuro energetico. Il gas europeo stoccato copre solo il 73,6%. I dubbi su trasporti, logistica e aerei

Roma, 13 ottobre 2026 – L’Europa rischia una nuova stangata energetica. L’escalation degli attacchi contro l’Arabia Saudita e le tensioni nello Stretto di Hormuz potrebbero provocare una nuova strozzatura delle forniture petrolifere, con conseguenze pesanti sui prezzi, sull’inflazione e sulla crescita economica. Insomma, un’interruzione prolungata, soprattutto se accompagnata da nuove difficoltà a Hormuz, rischierebbe di trasformare la crisi geopolitica in uno shock economico europeo. E le rassicurazioni, dal Medio Oriente, sembrano sempre più lontane. "Non può esserci un futuro energetico per tutti senza sicurezza energetica per tutti" minaccia il principe Abdulaziz bin Salman, ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita. I fatti delle ultime settimane, dice bin Salman riferendosi agli attacchi attribuiti a milizie filoiraniane e Houthi, "sono gravi e la nostra risposta deve essere seria". Il Golfo arabo è stretto tra fronti di guerra aperti: Hormuz e Bab al-Mandeb.
L’Arabia Saudita è uno dei maggiori esportatori mondiali e un’interruzione delle forniture provocherebbe un aumento dei prezzi anche per chi acquista petrolio da altri produttori. Secondo gli ultimi dati Eurostat, a giugno 2026 l’Europa ha importato dall’Arabia Saudita 2,28 milioni di tonnellate di greggio, il 6,1% delle importazioni. In Italia sono arrivate 368mila tonnellate, il 7,6% del totale nazionale. Più esposta la Polonia, che ha acquistato oltre un milione di tonnellate, pari al 45,7% delle proprie importazioni. Ma il peso di Riyad è molto maggiore di quanto suggeriscano queste percentuali. A settembre le esportazioni saudite erano risalite a circa 6,6 milioni di barili al giorno, contribuendo a compensare le difficoltà degli altri Paesi del Golfo. Livelli in ogni caso inferiori a quelle pre-conflitto.

C’è poi un secondo fronte, particolarmente delicato: quello dei prodotti raffinati. A giugno l’Unione europea ha importato dall’Arabia Saudita 1,06 milioni di tonnellate di carburanti e derivati. La componente principale è il gasolio, con 851mila tonnellate, pari al 13% delle importazioni europee di questo prodotto. Seguono 126mila tonnellate di cherosene per aerei, il 4,7% del totale, e 53mila tonnellate di nafta, utilizzata soprattutto dall’industria chimica. L’Italia ha acquistato nello stesso mese 235mila tonnellate di prodotti raffinati sauditi. Una dipendenza che rende particolarmente vulnerabili autotrasporto, logistica e trasporto aereo.
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Un’interruzione prolungata potrebbe tradursi in maggiori costi per le compagnie, aumenti delle tariffe e difficoltà di approvvigionamento negli aeroporti. Del resto, mentre le esportazioni di greggio dal Golfo hanno recuperato parte dei livelli precedenti alla guerra con l’Iran, quelle dei prodotti raffinati sono rimaste a settembre intorno al 60%.
A complicare il quadro è anche il livello degli stoccaggi energetici europei, lontano dai massimi proprio alla vigilia dell’inverno. Secondo Gas Infrastructure Europe, all’11 ottobre le riserve di gas dell’Unione risultano piene soltanto al 73,6%, contro una media stagionale vicina al 92%. La Germania è ferma al 59,8%, mentre l’Italia si trova in una posizione relativamente più favorevole, con l’88,7%. Anche sul petrolio i margini di sicurezza sono sotto pressione: diversi governi europei hanno già mobilitato parte delle scorte strategiche per contenere i rincari.
Un’ulteriore crisi nel Golfo rischierebbe quindi di cogliere l’Europa con una capacità di risposta più limitata, proprio nel momento di maggiore domanda energetica. Una nuova strozzatura delle forniture rischia di tradursi in un ulteriore aumento dei prezzi dei carburanti. Inoltre, il rincaro del petrolio si trasferirebbe ai costi di trasporto, alla logistica, alla produzione industriale e, progressivamente, ai prezzi dei beni di consumo. Il risultato sarebbe una nuova erosione del potere d’acquisto delle famiglie, accompagnata da una contrazione della domanda interna.
Ultimo aggiornamento: Martedì 13 ottobre 2026, 10:50







