Trump annuncia nuovi raid sull'Iran prima delle elezioni, poi ritratta. Governo spaccato e Hormuz resta chiuso
La tentazione del presidente, stretto tra due fuochi: a Washington è scontro tra isolazionisti e falchi. Il Pentagono: “Siamo in una posizione di forza”. Ma una nuova operazione militare non sbloccherebbe lo Stretto all’istante

Washington, 8 ottobre 2026 – “Non attaccheremo l’Iran prima delle elezioni di metà mandato che si terranno negli Stati Uniti il 3 novembre”. Donald Trump ha affidato la precisazione, completa di data, a uno dei suoi messaggi su Truth punteggiati di maiuscole sparse, in cui assicura anche che con Teheran sono in corso “discussioni produttive”, che il blocco resta pienamente in vigore e che dallo stretto di Hormuz passano barili di petrolio a schiovere. La chiusura è la solita, per evitare fraintendimenti: “L’Iran non avrà un’arma nucleare”. Che il presidente abbia sentito il bisogno di smentire un attacco imminente è la prova più solida che gli articoli usciti nelle ore precedenti hanno colto nel segno.
Prenderla alla lettera è un’altra storia: in questa guerra Trump ha annunciato e smentito, minacciato e ritrattato, e la sua parola vale fino al messaggio successivo. La notizia l’aveva data per primo il magazine Atlantic, seguito dall’informatissimo sito Axios, che ha aggiunto ulteriori dettagli: la Casa Bianca ha dato ordine al Pentagono di preparare piani d’attacco all’Iran nelle prossime settimane, prima del voto. Secondo le fonti citate, Trump non ha ancora preso una decisione su un’eventuale ripresa degli attacchi, ma ha chiesto allo US Central Command, che coordina le operazioni militari, una lista di obiettivi e di possibili azioni per dare nuovo impulso a un conflitto intermittente che nelle ultime settimane ha avuto un po’ di quiete. Se le ostilità riprenderanno, ci si aspetta che l’esercito americano conduca bombardamenti massicci su installazioni nucleari e infrastrutture energetiche del regime. Un funzionario del Pentagono ha detto ad Axios: “Gli Stati Uniti sono in una posizione di forza sullo stretto di Hormuz, e l’economia iraniana sta collassando. L’Iran è in ginocchio e le cose possono andare solo in due modi: uno facile e un altro difficile. Il presidente Trump ha in mano tutte le carte e farà ciò che è meglio per gli Stati Uniti”. Le indiscrezioni sono arrivate dopo che venerdì scorso il team della sicurezza nazionale ha avuto un lungo vertice a Camp David. Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale, ha detto che si è parlato di “pianificazione di lungo periodo”, ma anonimi funzionari israeliani si sono affrettati a far sapere ai giornali che nel meeting si è discusso anche di questioni militari di brevissimo periodo.

Le elezioni e la guerra impopolare
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Il tempismo dell’input dato dal presidente ai generali desta interrogativi di tipo elettorale. L’aspettativa generale era che la Casa Bianca avrebbe evitato di rimettere al centro della campagna elettorale una guerra impopolare, che è costata ingenti risorse dei contribuenti, è finita sotto tiro anche da parte dei gruppi repubblicani al Congresso e non ha raggiunto i vaghi obiettivi che si era prefissata. Anche il più efficace round di bombardamenti certamente non potrà risolvere all’istante il blocco dello stretto di Hormuz e ridare sollievo dalla crisi energetica, che si fa sentire sui prezzi del carburante nei distributori americani e ancora di più nel settore agricolo, che va a diesel.
Scontro nel governo
Perché allora Trump pensa a bombardare Teheran quando dovrebbe essere impegnato a parare colpi in Texas e Michigan? La risposta è che è in atto uno scontro fra due gruppi di consiglieri del presidente, che suggeriscono decisioni e ragionamenti elettorali opposti. Una parte dell’amministrazione vuole raffreddare il più possibile il conflitto prima delle elezioni, sperando così di potere riacciuffare all’ultimo pezzi dell’elettorato di destra che sono contrariati proprio per via del conflitto in Iran. Un altro pezzo del governo pensa invece che quell’elettorato sia ormai perso, una vittima collaterale del conflitto, ed è perciò opportuno scommettere invece su un’anima repubblicana belligerante e internazionalista che sostiene lo sforzo bellico tanto atteso contro il regime iraniano, simbolo congiunto di totalitarismo e islamismo radicale. Questo segmento repubblicano è esattamente l’uditorio che Rubio aveva in mente quando mercoledì ha pronunciato il suo peana dell’Occidente davanti all’acropoli di Atene, culla della civiltà che gli Stati Uniti sono chiamati a rappresentare nel mondo contemporaneo. È una discorso in linea con un’amministrazione attivamente impegnata nel dare forma al mondo, non con un governo ripiegato in senso nazionalistico e disimpegnato verso gli affari globali. Non a caso Curtis Yarvin, influencer illiberale della nuova destra trumpiana, ha definito il discorso “feccia reaganiana”.
Ultimo aggiornamento: Giovedì 8 ottobre 2026, 19:02








