Riscaldamento globale, a Barcellona l’overtourism finanzia l’adattamento al nuovo clima
Cento milioni di euro per adattare 170 scuole entro il 2029, trasformando gli edifici scolastici in luoghi più freschi e resilienti: la ricetta di Barcellona per rispondere all’emergenza caldo con una risposta strutturata che usa le risorse generate dal (troppo) turismo

Ne abbiamo già parlato qui su Luce!, quando alcuni Comuni italiani hanno scelto di ritardare l’apertura delle scuole davanti alle temperature eccezionalmente alte. Una decisione comprensibile di fronte a un’emergenza, ma che lascia spazio a una domanda più ampia: cosa facciamo quando quella che consideravamo un’eccezione comincia a diventare una condizione ricorrente? Rimandare l’inizio delle lezioni, modificare gli orari, spostare temporaneamente le attività in spazi più freschi possono essere misure necessarie per tutelare studenti e personale quando il caldo raggiunge livelli pericolosi. Ma sono risposte emergenziali e, proprio per questo, non possono rappresentare da sole la strategia con cui affrontiamo un clima che cambia. Se sappiamo che le ondate di calore saranno sempre più frequenti e intense, la vera sfida diventa preparare le nostre scuole e le nostre città affinché siano in grado di funzionare anche in condizioni diverse da quelle per cui sono state progettate.
Il piano di Barcellona
Da questo punto di vista, quello che sta facendo Barcellona merita attenzione. Il Comune ha scelto di trasformare l’adattamento climatico delle scuole in una politica strutturale, mettendo a disposizione 100 milioni di euro per intervenire entro il 2029 su 170 istituti pubblici, con l’obiettivo di migliorare le condizioni climatiche degli edifici e renderli più efficienti e resilienti. Il piano interessa oltre 55 mila studenti e comprende interventi sulla climatizzazione, sulla ventilazione, sull’efficienza energetica e sulla produzione di energia rinnovabile.
Gli interventi sono finanziati dal turismo
Il passaggio più interessante riguarda però la provenienza di una parte delle risorse: a finanziare l’adattamento delle scuole è anche quella stessa economia turistica che contribuisce a mettere sotto pressione la città. Il gettito della fiscalità turistica viene infatti reinvestito per rendere più resilienti gli edifici pubblici e migliorare la qualità della vita di chi Barcellona la abita ogni giorno. In altre parole, una parte dei costi prodotti dall’overtourism torna alla comunità sotto forma di investimenti per affrontare una delle conseguenze più urgenti del nostro tempo: il cambiamento climatico.
Non solo climatizzazione: rendere più freschi gli edifici nel loro complesso
La climatizzazione, inoltre, non viene pensata come una soluzione isolata. Il piano interviene sugli edifici nel loro complesso, attraverso sistemi più efficienti, miglioramento dell’isolamento e della ventilazione e produzione di energia da fonti rinnovabili. Ma l’adattamento riguarda anche ciò che sta fuori dalle aule: i cortili scolastici vengono trasformati attraverso alberi, ombreggiamento e superfici più adatte ad affrontare le alte temperature e, durante l’estate, alcuni di questi spazi entrano nella rete dei rifugi climatici della città. È un passaggio importante perché cambia la funzione stessa di un edificio pubblico.

Una scuola non è soltanto il luogo nel quale si svolgono le lezioni durante l’anno scolastico, ma può diventare una parte della rete urbana attraverso cui una comunità affronta le emergenze climatiche. Un cortile alberato e ombreggiato può offrire sollievo durante un’ondata di calore; un edificio efficientato può garantire condizioni migliori agli studenti; un tetto fotovoltaico può produrre l’energia necessaria a far funzionare i sistemi dell’edificio riducendo contemporaneamente i consumi.
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La differenza tra emergenza e adattamento
La questione riguarda anche il modo in cui concepiamo l’adattamento. Per troppo tempo abbiamo rischiato di considerarlo una sorta di piano B, qualcosa da mettere in campo quando non siamo riusciti a evitare il problema. Ma adattarsi non significa arrendersi al cambiamento climatico, né accettare passivamente temperature sempre più alte. Significa riconoscere che una parte degli effetti del riscaldamento globale è ormai inevitabile e che abbiamo il dovere di ridurre la vulnerabilità delle nostre comunità mentre continuiamo a lavorare per diminuire le emissioni.
La differenza tra emergenza e adattamento sta proprio qui. L’emergenza interviene quando il problema si presenta; l’adattamento prova a cambiare le condizioni che rendono quel problema così pericoloso. Ritardare l’apertura delle scuole può essere necessario in una giornata particolarmente calda. Rendere una scuola capace di affrontare il caldo senza interrompere le attività significa invece intervenire sulle cause della sua vulnerabilità.
Non tutte le persone hanno i mezzi per proteggersi dal clima
Non tutte le persone, del resto, hanno la stessa possibilità di proteggersi dagli effetti del clima. Una famiglia può decidere di installare un condizionatore, acquistare un dispositivo per filtrare l’aria o trascorrere le ore più calde altrove. Una scuola pubblica deve invece garantire condizioni adeguate a tutte e tutti, indipendentemente dal reddito e dalle possibilità individuali. Per questo l’adattamento degli edifici scolastici è anche una questione di giustizia sociale. Le temperature registrate nelle scuole catalane negli ultimi mesi hanno reso evidente quanto rapidamente il problema possa trasformarsi in una questione di salute e di diritto allo studio. In diversi istituti le aule hanno raggiunto temperature superiori ai 35 gradi, con studenti e insegnanti costretti a svolgere le attività in condizioni difficili. Le proteste di famiglie e docenti hanno contribuito a portare il problema al centro del dibattito pubblico, mostrando che non si tratta più soltanto di qualche giornata particolarmente calda, ma della necessità di ripensare edifici e modalità organizzative alla luce delle nuove condizioni climatiche. Ed è qui che la responsabilità degli amministratori diventa determinante.
Le scelte degli amministratori sono determinanti
Nessun sindaco può decidere la temperatura che raggiungerà una città durante una settimana di caldo estremo, ma può decidere quanto quella città sarà vulnerabile. Può scegliere se destinare risorse alla riqualificazione degli edifici, se aumentare il verde e l’ombreggiamento, se trasformare gli spazi pubblici in luoghi capaci di offrire protezione, se costruire una rete di rifugi climatici e se predisporre protocolli chiari per affrontare le emergenze. Può, soprattutto, decidere se aspettare la prossima emergenza o cominciare a prepararsi prima che arrivi. Questo vale per le scuole, ma vale anche per tutto ciò che costituisce la nostra quotidianità: ospedali, case di riposo, luoghi di lavoro, trasporti, abitazioni, piazze e servizi pubblici.
Non adattarsi al clima che cambia è una scelta politica
La crisi climatica sta mettendo alla prova infrastrutture costruite per condizioni che in molti casi non esistono più. Continuare a gestirle come se nulla fosse significa aumentare progressivamente la nostra esposizione al rischio. Barcellona non ha trovato una soluzione alla crisi climatica e non potrebbe farlo una singola città. Ha però scelto di affrontare una parte del problema con una strategia che mette insieme investimenti, energia, riqualificazione urbana, protezione delle persone e gestione delle emergenze. Soprattutto, ha dimostrato che l’adattamento può essere programmato, finanziato e trasformato in una politica pubblica. Forse è questa la lezione più importante da portare anche nel nostro dibattito. Non dobbiamo scegliere tra mitigazione e adattamento, né tra interventi strutturali e gestione dell’emergenza.
Dobbiamo fare entrambe le cose: ridurre le emissioni per evitare che il cambiamento climatico peggiori e, nello stesso tempo, prepararci a vivere in sicurezza dentro quello che non possiamo più evitare. Ritardare l’apertura di una scuola può essere una misura necessaria. Fare in modo che quella scuola non debba essere chiusa ogni volta che arriva un’ondata di calore è invece una scelta di lungo periodo. E quella scelta, in larga parte, dipende da noi. Ma dipende anche da chi amministra i nostri territori, da quali priorità decide di finanziare e dalla capacità di guardare oltre l’emergenza del giorno. Perché adattarsi è possibile. E, davanti a un clima che cambia, non adattarsi è ormai una scelta politica.
Ultimo aggiornamento: Sabato 19 settembre 2026, 14:16


