“Diventare mamme in Italia”: un percorso a ostacoli da fare fuori confine
Martina Ferrari, avvocata e fondatrice della community, racconta il percorso delle donne single e delle coppie di donne che ricorrono alla PMA all’estero: dalla scelta della clinica al ritorno in Italia, tra ostacoli pratici, diritti e una rete di oltre duemila persone

Per una donna single o per una coppia di donne che desidera avere un figlio attraverso la procreazione medicalmente assistita, il percorso può iniziare molto prima di entrare in una clinica. In Italia, infatti, non è possibile e queste donne devono rivolgersi all’estero, affrontando una serie di scelte mediche e organizzative, oltre a costi e questioni legali. Da questa esigenza è nata “Diventare Mamme in Italia”, una pagina Instagram diventata poi una vera e propria community fondata da Martina Ferrari, avvocata, che oggi riunisce oltre duemila persone e offre informazioni e sostegno a chi affronta questo percorso.
Martina per quale motivo ha creato “Diventare Mamme in Italia”?
“Sono sposata con una donna e, a un certo punto, ho iniziato a desiderare un figlio. Mi sono resa conto che le informazioni erano frammentate e mancava un punto di riferimento per capire da dove cominciare. Ho aperto una pagina Instagram, che è cresciuta spontaneamente fino a diventare una community. Oggi siamo oltre duemila. Ho creato anche una guida e alcuni strumenti per aiutare le donne a orientarsi”.
Una sorta di mappa per chi si trova ad affrontare un percorso spesso poco conosciuto.
"Sì. C’è molta poca consapevolezza sia dei limiti sia delle possibilità previste dalla legge. Una delle domande che ricevo più spesso è: “Ma questa cosa in Italia è legale?”. Avere uno spazio in cui confrontarsi permette di raccogliere informazioni e condividere esperienze.”
Da dove si comincia, concretamente, quando si decide di affrontare una maternità all’estero?
“La prima scelta riguarda il Paese e, in particolare, il tipo di donazione del seme: anonima oppure aperta. In quest’ultimo caso, il figlio, una volta compiuti 18 anni, può avere accesso alle informazioni sul donatore. È importante chiarire che questo non significa che il donatore possa contattare per primo il ragazzo o la ragazza. La donazione è una discriminante fondamentale. Tra le mete più scelte per chi desidera una donazione anonima ci sono Spagna e Grecia. Dai questionari che ho raccolto, circa il 90% delle donne si rivolge alla Spagna, anche perché per molte l’anonimato è rassicurante: l’idea che non si possa creare un legame con una persona esterna alla famiglia è un aspetto importante. Chi preferisce una donazione aperta può valutare altre destinazioni, Danimarca e Austria sono le preferite. In linea generale, molti Paesi europei consentono l’accesso alla PMA alle coppie di donne e alle donne single, mentre in Italia e in Polonia le possibilità sono più limitate. La scelta dipende anche dai tempi: Spagna e Danimarca, per esempio, possono essere preferite perché permettono di iniziare il percorso più rapidamente rispetto ad altri”.
Una volta individuata la destinazione, come si sceglie la clinica?
“Si valutano le strutture e si fanno dei colloqui online: oggi non è necessario andare subito di persona. A volte la scelta dipende anche dalla sensazione che si ha durante il primo contatto e dalla fiducia che la clinica riesce a trasmettere. La struttura fornisce poi un elenco di esami da effettuare. Ed è qui che può emergere un’altra difficoltà: alcuni accertamenti sono abituali nei percorsi di PMA all’estero, ma in Italia sono meno frequenti e non sempre è facile ottenere la prescrizione dal medico. Il cariotipo, per esempio, può essere difficile da fare perché non è considerato un esame di routine. Dai risultati si valuta la fertilità e si capisce se ci sono eventuali problemi da affrontare prima di iniziare, come alterazioni del TSH o disturbi della tiroide. A quel punto si può individuare la tecnica più adatta”.
Quali sono le principali tecniche disponibili?
“La prima è l’inseminazione intrauterina, che può essere effettuata anche senza stimolazione ovarica: il seme viene introdotto direttamente nell’utero. È la tecnica meno invasiva e non richiede farmaci, ma ha probabilità di successo più basse. In media, parliamo di circa il 10-15% per tentativo. C’è poi la FIVET, una tecnica di secondo livello. Prevede una stimolazione ovarica, con farmaci somministrati per circa due settimane, il prelievo degli ovociti attraverso il pick-up e la fecondazione in laboratorio. Successivamente, l’embrione viene trasferito nell’utero. Per le coppie di donne esiste anche il metodo ROPA: gli ovociti vengono prelevati da una delle due partner, mentre l’embrione viene trasferito nell’altra, che porterà avanti la gravidanza. In questo modo entrambe partecipano biologicamente al percorso, una attraverso gli ovociti e l’altra attraverso la gestazione”.
Quanto è complicato organizzarsi tra viaggi, farmaci e lavoro?
“In teoria, per l’inseminazione è sufficiente un viaggio, mentre per la FIVET ne servono due: uno per il pick-up e uno per il trasferimento dell’embrione. E non è detto che il primo tentativo vada a buon fine, a volte bisogna tornare all’estero per riprovare. Il resto della gravidanza viene seguito in Italia, perciò è importante avere un ginecologo di riferimento che sappia monitorare il percorso e aiutare a individuare il momento giusto per partire. Se si segue un protocollo farmacologico, l’ovulazione può essere programmata con maggiore precisione. Senza farmaci, invece, è più difficile sapere quando sarà necessario partire: organizzare voli, alloggi e permessi di lavoro può diventare complicato, soprattutto se la partenza viene decisa all’ultimo momento o se occorre trattenersi più a lungo. Ci sono poi i farmaci, che all’estero possono essere diversi da quelli utilizzati in Italia o non essere facilmente reperibili. E per chi preferisce non raccontare subito a tutti di aver iniziato il percorso, conciliare visite, assenze e viaggi può essere ancora più difficile”.
Quanto può costare?
“Dipende dalla tecnica e dal numero di tentativi. Una singola inseminazione costa indicativamente tra i 1.000 e i 1.500 euro. Per la FIVET si parte da circa 6.000 euro a tentativo, ma nella pratica è difficile rimanere su queste cifre. Dai questionari che ho raccolto, la spesa media è tra i 10.000 e i 15.000 euro, con casi che superano anche i 25.000. Alcune cliniche propongono pacchetti che comprendono più tentativi”.
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Una volta tornate in Italia, cosa succede?
“Per le coppie di donne, dopo la pronuncia della Corte costituzionale del maggio 2025, è possibile il riconoscimento di entrambe le madri fin dalla nascita, anche se non direttamente in ospedale tranne in rarissimi casi come a Napoli. In genere, dopo il parto, si procede al riconoscimento in Comune, presentando il consenso alla PMA sottoscritto nel percorso all’estero, in un Paese dove questa procedura è legale e regolamentata”.
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Per una donna single è diverso?
“Semplicemente nell’atto di nascita viene indicata la madre, senza un secondo genitore”.
Quali sono le domande legali che le vengono rivolte più spesso?
“Molte riguardano il riconoscimento dei figli e il timore che la situazione possa cambiare in futuro. Ci sono poi questioni molto concrete, come i congedi di ‘paternità’ – e già che resti ancora questo nome la dice lunga – che non sempre l’INPS accetta in automatico e la possibilità di assentarsi dal lavoro durante il percorso: il tema della malattia durante la PMA genera dubbi. La gestione può dipendere dalla situazione e dal medico di riferimento e non è sempre semplice districarsi”.
A che punto siamo sulla percezione delle famiglie con due mamme o delle madri single?
“Ci sono ancora resistenze soprattutto prima e per le madri single, capita di sentirsi chiedere: “Perché non adottate?”. Spesso, però, il pregiudizio si attenua quando le persone conoscono davvero una famiglia e vedono il rapporto con i bambini. È più facile confrontarsi con una realtà concreta che con un’idea astratta”.
Che cosa rappresenta la community?
“È una rete di sostegno, una forma di sorellanza. Le donne si scambiano informazioni sugli esami, sulle cliniche, sui tentativi andati bene e su quelli che non hanno funzionato. A volte si incontrano anche di persona. Sapere di non essere sole, soprattutto nei momenti più difficili, fa una grande differenza. E il confronto non finisce con la nascita: arrivano le domande sulla scuola, sulla festa del papà, su come raccontare ai figli la loro storia”.
Cosa direbbe a una donna che sta pensando di rinunciare?
“Di non arrendersi se il desiderio di diventare madre è forte. Il percorso può essere faticoso, sia dal punto di vista economico sia emotivo, ma avere informazioni e persone con cui confrontarsi aiuta ad affrontarlo. Quando hai il tuo bambino, tutto assume un significato diverso”.
E qual è il suo appello alle istituzioni?
“È scandaloso che una famiglia con due mamme o una mamma single abbia meno possibilità di un’altra. Ogni coppia è diversa e ogni percorso è diverso, ma dovrebbe esserci la possibilità di scegliere e di accedere alle procedure. Dovremmo guardare a ciò che accade in Europa e nel resto del mondo e ripensare il modo in cui consideriamo le famiglie”.
Ultimo aggiornamento: Sabato 3 ottobre 2026, 16:35



