In Italia chiudono 11 bar al giorno: la desertificazione svuota i piccoli paesi, ma c’è rimedio
Dal Bar Caffè Basile di Pietramontecorvino, riaperto dalla comunità dopo 138 anni, ai 24.073 bar chiusi in Italia tra il 2019 e il 2025: la desertificazione commerciale e sociale dei piccoli paesi non è un destino inevitabile, ma una sfida su cui servono politiche per ripopolare i territori, sostenere i servizi e tornare a rendere possibile viverci.

Un bar può sembrare una cosa piccola. Un bancone, qualche tavolino, una macchina del caffè, persone che entrano ed escono. Un'attività commerciale come tante altre.
Eppure basta che quel bar chiuda perché ci si accorga di quante cose accadevano lì dentro. Il caffè preso ogni mattina, la partita a carte, due parole scambiate con il vicino, qualcuno incontrato per caso, una persona che usciva di casa proprio per quella breve conversazione. Piccoli gesti quotidiani che, messi insieme, costruiscono una parte della vita di una comunità.
A Pietramontecorvino, nei Monti Dauni, in provincia di Foggia, lo storico Bar Caffè Basile ha chiuso nel gennaio scorso, dopo 138 anni di attività. Era stato aperto nel 1888 e nel corso di più generazioni era diventato un punto di riferimento per gli abitanti del paese. Quando la saracinesca si è abbassata, però, non è scomparsa soltanto un'attività commerciale. È venuto meno uno degli spazi nei quali una parte della comunità si incontrava ogni giorno.
La risposta della comunità stessa
La risposta è arrivata dalla comunità stessa, attraverso l'associazione “Dalla parte dei Paesi” e il Comune: quello spazio è stato riaperto e trasformato in un luogo di incontro, con tavoli, giochi, libri e attività. Non si è trattato semplicemente di rimettere in funzione un bar, ma di provare a restituire alla comunità una funzione che quel luogo aveva svolto per più di un secolo.
È una storia piccola. Ma dentro quella storia c'è una domanda che riguarda moltissimi territori italiani.
Che cosa succede a un paese quando cominciano a scomparire i luoghi nei quali le persone si incontrano?
La domanda arriva mentre i numeri raccontano una trasformazione molto più ampia. Tra il 2019 e il 2025 in Italia sono scomparse 24.073 imprese del servizio bar: si è passati da 169.839 a 145.766 attività, con una riduzione del 14,2%. Significa, in media, circa undici bar in meno ogni giorno. Nel Centro Italia la diminuzione è stata ancora più forte: 7.323 attività in meno, pari al 20,8%.
Sono dati che parlano di imprese, occupazione e consumi. Ma possono essere letti anche da un'altra prospettiva. Perché quando chiude il bar sotto casa non scompare soltanto un'attività economica. Scompare un pezzo della rete quotidiana di un territorio.
Il bar, terzo luogo per eccellenza
È il negozio che non c'è più quando serve qualcosa all'ultimo momento. È il paese nel quale per incontrare qualcuno bisogna ormai organizzarsi prima. È la persona anziana che perde un luogo nel quale usciva ogni mattina. È il giovane che non trova uno spazio nel quale fermarsi. È il nuovo abitante che fatica a costruire relazioni. Il bar è, in questo senso, uno dei nostri più comuni “terzi luoghi”: quegli spazi che non sono casa e non sono lavoro, ma nei quali si costruisce una parte importante della vita sociale.
Ed è proprio la progressiva scomparsa di questi luoghi a rendere più evidente un problema che riguarda molti piccoli comuni: la desertificazione non è soltanto commerciale. È anche sociale. Quando diminuiscono gli abitanti, diminuiscono i clienti. Quando diminuiscono i clienti, diventa più difficile mantenere aperta un'attività. Quando chiude l'attività, il paese perde un servizio e un luogo di incontro. E quel paese diventa un po' meno attrattivo per chi potrebbe scegliere di viverci.
Per questo parlare di spopolamento soltanto attraverso il numero degli abitanti rischia di non raccontare fino in fondo quello che sta accadendo. La domanda non è soltanto quante persone vivono in un piccolo comune. È come vivono, quali servizi hanno a disposizione, dove lavorano, come si spostano, dove incontrano gli altri e quali possibilità hanno di costruire lì il proprio futuro.
Il contrasto allo spopolamento
La Strategia nazionale per le Aree interne affronta da anni proprio questo intreccio, mettendo insieme il contrasto allo spopolamento, la qualità dei servizi essenziali e la capacità dei territori di creare nuove opportunità economiche. Ed è forse qui che bisogna cambiare prospettiva.
La domanda non dovrebbe essere soltanto come convincere chi vive nei piccoli comuni a non andarsene. Dovremmo chiederci perché una persona dovrebbe scegliere di arrivare, restare o tornare. Perché non basta dire che nei borghi si vive meglio. Bisogna costruire le condizioni perché sia davvero possibile.
La bellezza di un centro storico, il paesaggio, il rapporto con la natura, il ritmo più lento possono essere elementi importanti. Ma da soli non bastano. Una famiglia ha bisogno di una scuola. Una persona anziana ha bisogno di servizi sanitari raggiungibili. Chi lavora ha bisogno di un'occupazione o di una connessione che permetta di lavorare a distanza. Chi non guida deve poter contare sui trasporti. Chi ha figli deve poter trovare servizi per l'infanzia. Chi arriva da fuori deve poter trovare una comunità nella quale inserirsi. E tutti hanno bisogno di luoghi nei quali incontrare altre persone. È anche una questione di benessere.
Perché il benessere non coincide soltanto con il reddito o con la disponibilità di servizi sanitari. Ha a che fare con la qualità dell'ambiente nel quale viviamo, con il tempo che abbiamo, con la possibilità di stare nella natura, con la sicurezza percepita, con le relazioni sociali, con il sentirsi parte di un luogo. Un piccolo comune può avere molto da offrire sotto questo profilo. Può avere spazi naturali, una maggiore vicinanza tra le persone, una dimensione più accessibile, patrimoni culturali e ambientali spesso straordinari. Ma tutto questo diventa davvero una possibilità solo se non viene separato dal resto.
Non si può chiedere alle persone di scegliere la vita in un piccolo paese e contemporaneamente costringerle a percorrere decine di chilometri per un servizio sanitario, per una scuola o per raggiungere il luogo di lavoro. Non si ripopola un territorio semplicemente riempiendo case vuote. Si ripopola costruendo le condizioni per una vita possibile. Ed è qui che anche il lavoro può diventare decisivo.
Il lavoro a distanza aiuta ma non basta
Il lavoro a distanza ha aperto una possibilità che fino a pochi anni fa sembrava molto più difficile da immaginare. Una parte delle professioni non richiede più necessariamente di vivere vicino a una grande città. Alcune persone possono scegliere di spostarsi verso territori meno congestionati, più vicini alla natura e con costi abitativi differenti.
Ma anche in questo caso non basta mettere una connessione veloce e qualche postazione di coworking. Serve un ecosistema. Servono infrastrutture digitali, ma anche fisiche. Servono servizi. Servono trasporti. Servono scuole. Servono spazi culturali. Servono occasioni per incontrarsi. E servono opportunità economiche per chi non può lavorare da remoto, perché la rinascita di un territorio non può essere costruita soltanto intorno a una parte della popolazione.
E poi c'è il turismo. Molti piccoli borghi hanno provato negli ultimi anni a trasformare il proprio patrimonio storico, culturale e paesaggistico in una leva di sviluppo. È una risorsa importante, ma non può diventare l'unica risposta.
Un paese può essere pieno di visitatori nei fine settimana e continuare a perdere abitanti. Può avere alberghi, ristoranti e case vacanza e contemporaneamente chiudere la scuola, perdere il negozio di alimentari e vedere partire le famiglie più giovani.
Il turismo può contribuire alla vitalità di un territorio. Ma una comunità non può vivere soltanto dei visitatori. La vera sfida è fare in modo che quei luoghi siano desiderabili anche per chi ci vive dodici mesi all'anno. Questo significa ripensare il rapporto tra politiche demografiche e politiche territoriali. Non basta incentivare la nascita di un'impresa se poi mancano le persone che possono lavorarci. Non basta finanziare il recupero di una casa se il paese non offre servizi. Non basta restaurare una piazza se quella piazza non ha più nessuno che la attraversi.
La rinascita deve essere pensata come un sistema. Casa, lavoro, scuola, sanità, mobilità, cultura, natura, connessione digitale, commercio di prossimità. E poi relazioni. Perché forse è proprio questo l'elemento più difficile da misurare e, allo stesso tempo, uno dei più importanti. Una persona può decidere di vivere in un luogo anche perché lì sente di poter costruire una vita che non sia soltanto funzionale, ma anche ricca di relazioni. Un paese ha bisogno di luoghi nei quali incontrarsi senza dover necessariamente consumare qualcosa. Una biblioteca, una piazza, un'associazione, un centro culturale, una palestra, un mercato, un laboratorio, uno spazio per lavorare, un piccolo cinema. O un bar.
Non importa che siano tutti presenti nello stesso modo. Importa che esista una rete di luoghi e occasioni capace di produrre comunità. È questa, in fondo, la parte più interessante della storia di Pietramontecorvino. Di fronte alla chiusura di un'attività che aveva accompagnato il paese per 138 anni, la comunità non ha provato semplicemente a conservare un pezzo del passato. Ha provato a chiedersi quale funzione svolgesse quello spazio e come poterla mantenere viva. È una distinzione importante. Perché non si tratta di difendere ogni cosa così com'era. Si tratta di capire che cosa non possiamo permetterci di perdere.
Forse non abbiamo bisogno di riportare indietro il paese di una volta. Abbiamo bisogno di costruire quello di domani. Un paese nel quale ci siano ancora abbastanza persone da rendere possibile un negozio, una scuola, un ambulatorio, un autobus. Un paese nel quale una giovane coppia possa immaginare di restare, qualcuno possa decidere di tornare e qualcun altro possa scegliere di arrivare. Un paese nel quale la natura non sia soltanto uno sfondo per i visitatori, ma parte della qualità della vita di chi lo abita. E nel quale esistano ancora luoghi dove incontrarsi.
Perché la rinascita di un piccolo centro non comincia necessariamente da un grande progetto. Può cominciare anche da uno spazio riaperto, da una piazza che torna a essere frequentata, da un'attività che ricomincia, da una comunità che decide di prendersi cura di un luogo.
Il punto non è salvare un bar. Il punto è fare in modo che, intorno a quel bar, possa tornare a esistere un paese.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 settembre 2026, 22:36

