Nove ragazzi su dieci temono di restare ai margini del gruppo. Don Preite: “Non basta seguirli, bisogna ascoltarli”
Una ricerca di Salesiani per il sociale racconta adolescenti che credono ancora nella scuola, ma la vivono con fatica e guardano al futuro con timore. La testimonianza di Luca, 15 anni: “Quando penso al futuro mi spaventa soprattutto non sapere se riuscirò a trovare la mia strada”

Il dato più forte è anche il più difficile da ignorare: quasi nove ragazzi su dieci non si sentono completamente al riparo dal rischio di restare ai margini del gruppo. È uno dei risultati emersi dalla ricerca condotta tra gli studenti coinvolti nelle attività educative di Salesiani per il sociale in alcune scuole di periferia di Roma, Torino, Palermo, Macerata e Cisternino. Il 76% dei ragazzi continua a riconoscere il valore della scuola, ma solo il 46% dichiara di frequentarla volentieri e appena il 36% guarda al proprio futuro senza timore.
Sospesi tra la paura di non farcela e il bisogno di sentirsi riconosciuti, alcuni giovani hanno però trovato un luogo sicuro nel doposcuola salesiano. Non soltanto sostegno allo studio, ma spazio di relazione, orientamento e presenza educativa, pensato per offrire ai ragazzi degli adulti di riferimento e alle famiglie un sostegno concreto. Salesiani per il sociale opera attraverso una rete di oltre 600 realtà territoriali e 112 servizi socioeducativi, raggiungendo ogni anno più di 200mila beneficiari.
A raccontare cosa significhi intercettare il disagio prima che diventi esclusione è don Francesco Preite, presidente nazionale di Salesiani per il sociale. Accanto alla sua voce c’è quella di Luca, 15 anni, che frequenta la scuola secondaria e partecipa alle attività di doposcuola.

Don Francesco, lei insiste molto sul fatto che “educare significa prevenire, esserci prima che il disagio diventi esclusione”. Ma oggi molti ragazzi arrivano già segnati da fragilità emotive, isolamento, paura del futuro e senso di inadeguatezza. Come si fa a intercettare quel disagio prima che esploda? Quali segnali dovrebbero imparare a riconoscere insegnanti, famiglie ed educatori?
“Il disagio raramente esplode all’improvviso: spesso si manifesta attraverso piccoli cambiamenti che richiedono adulti attenti e presenti. Un calo improvviso nel rendimento, assenze frequenti, isolamento, irritabilità, perdita di interesse, stanchezza persistente o parole di svalutazione non vanno sottovalutati. Più del singolo segnale, deve preoccuparci un cambiamento che dura nel tempo. Occorre però evitare etichette e giudizi: la prima risposta è l’ascolto, dentro una relazione di fiducia. Prevenire significa esserci ogni giorno, offrire spazi sicuri e costruire un’alleanza stabile tra famiglia, scuola, educatori e servizi del territorio. Nessuno può affrontare da solo la fragilità di un ragazzo".
Che cosa manca oggi, secondo lei, perché un ragazzo passi dal sentirsi semplicemente seguito al sentirsi davvero protagonista del proprio futuro?
“Non basta che un ragazzo sia seguito: deve sentirsi ascoltato, riconosciuto nelle proprie capacità e coinvolto nelle decisioni che riguardano la sua vita. Spesso realizziamo progetti per i giovani, mentre dovremmo imparare a costruirli con loro. Servono adulti capaci di credere nelle loro possibilità, anche quando essi stessi faticano a farlo, e percorsi che colleghino la scuola alla vita, alle relazioni, al lavoro e alla comunità. Esperienze concrete, responsabilità reali, orientamento personalizzato e piccoli successi riconosciuti restituiscono fiducia. Un giovane diventa protagonista quando scopre di avere talenti da mettere in gioco e comprende che il futuro non è qualcosa da temere, ma una possibilità che può contribuire a costruire".
Luca, nove ragazzi su dieci dicono di non sentirsi del tutto al riparo dal rischio di restare ai margini del gruppo. A te è mai capitato di sentirti “fuori posto” a scuola? E qual è stata la cosa – o la persona – che ti ha fatto sentire di nuovo parte del gruppo?
“Sì, qualche volta mi è capitato di sentirmi fuori posto, soprattutto quando avevo paura di essere giudicato dagli altri o non riuscivo a sentirmi davvero parte del gruppo. Con il tempo però le cose sono cambiate. Mi ha aiutato trovare persone con cui potevo essere me stesso, senza sentirmi giudicato. Sentirmi accolto dai compagni mi ha fatto venire più voglia di partecipare e di stare insieme agli altri”.
Solo il 36% dei ragazzi intervistati guarda al futuro senza timore. Quando pensi a quello che farai da grande, qual è la cosa che ti spaventa di più e, al contrario, qual è il sogno che ti piacerebbe davvero riuscire a realizzare?
“Quando penso al futuro mi spaventa soprattutto non sapere se riuscirò a trovare la mia strada e a fare qualcosa che mi piace davvero. A volte ho paura di fare le scelte sbagliate o di non essere abbastanza bravo. Però vorrei riuscire a costruirmi un futuro mio, trovare un lavoro che mi appassioni e sentirmi soddisfatto di quello che faccio. Il mio sogno è poter dire: ce l’ho fatta con le mie forze”.
Il doposcuola viene descritto non solo come un aiuto per studiare, ma come un luogo dove trovare adulti presenti, ascolto e relazioni. C’è stato un momento in cui qualcuno ti ha aiutato non con i compiti, ma con qualcosa di più importante per te?
“Sì, mi è capitato in un periodo in cui ero un po’ scoraggiato e avevo poca voglia di fare le cose. Un educatore se n’è accorto e, invece di chiedermi dei compiti, mi ha chiesto semplicemente come stavo. Mi ha ascoltato senza giudicarmi e mi ha aiutato a vedere le cose in modo diverso. Per me è stato importante capire che lì c’era qualcuno a cui importava davvero di me”.
Ultimo aggiornamento: Domenica 4 ottobre 2026, 16:37

