“Facciamo finta di essere sordi e muti per buona parte della nostra vita”. La voce di Suad Amiry per conoscere la Palestina
Mentre in Italia si infiamma il dibattito sul DDL Antisemitismo, meritano una rilettura i libri della scrittrice e architetta palestinese. Nata a Damasco nel 1951, ha vissuto in Giordania, Egitto, Libano, Stati Uniti e Scozia, tuttavia decide di vivere oggi in Palestina, dove è cresciuta

È settembrina la discussione alla Camera dei Deputati del disegno di legge contro l’antisemitismo. Ogni forma di discriminazione è infatti da combattere e se necessario punire come sostenuto dalla Legge Mancino e dagli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale. Il nuovo Ddl (passato a marzo in Senato) tuttavia ha acceso il dibattito. Il nodo dello scontro sta proprio nell’adozione della definizione dell’IHRA come testo poiché è di troppo ampia interpretazione e il rischio che si corre – dicono i detrattori – è di vietare ogni forma di critica allo Stato di Israele.
Infatti secondo l’IHRA sono esempi di antisemitismo negare agli ebrei la possibilità all’autodeterminazione, sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia una forma di razzismo; chiedere a Israele un comportamento non richiesto a nessun altro Stato democratico; fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti durante l’olocausto; considerare gli ebrei colpevoli delle azioni dello stato di Israele.
Il dibattito sul DDL Antisemitismo
Il DDL sembra confondere due termini che sono semanticamente e politicamente profondamente diversi: antisionismo e antisemitismo. Il primo è frutto di un ragionamento, di un ideale politico che si rivolge contro un'ideologia (il sionismo) o contro le scelte politiche, militari e territoriali del governo dello Stato di Israele come l'occupazione dei territori palestinesi e il genocidio del popolo Palestinese. Il secondo termine invece è una forma di razzismo, pregiudizio culturale e ostilità. È diretto contro gli ebrei ovunque si trovino, colpendo singoli individui, famiglie, luoghi di culto o istituzioni ebraiche indipendentemente dalle loro idee politiche o dal legame con Israele.
Oggi più che mai è di vitale importanza - in un Paese democratico come il nostro - permettere la critica contro uno Stato che resta impunito. Il genocidio palestinese non è iniziato con il giorno dopo il massacro del 7 ottobre del 2023, ma è un conflitto (difficile usare questo termine, poiché non dà dignità alla disparità di potere che esiste tra i due protagonisti) lungo, un assedio che dura dalla fine della seconda Guerra Mondiale.
La scrittrice Suad Amiry
Una storia difficile quella della Palestina che merita di essere conosciuta attraverso la voce di una scrittrice che ha dedicato alla sua Terra, all’attivismo e alla politica molto del suo lavoro. Suad Amiry è una scrittrice e architetta palestinese. Nel 2025 ha ricevuto il premio Argan per la tutela dell’architettura palestinese. Ha fondato nel 1991 RIWAQ, il centro per la conservazione architettonica a Ramallah, al fine di salvare il patrimonio storico a rischio di cancellazione. Per Amiry infatti l’architettura non è solo estetica, ma si tratta di riscatto sociale. Grazie a RIWAQ ha riqualificato oltre 50 villaggi storici, trasformando vecchi edifici in biblioteche, centri culturali e spazi di autonomia per donne e giovani adulti. Tra il 1991 e il 1993 ha fatto parte della delegazione palestinese nei colloqui di pace a Washington.
Nata a Damasco nel 1951, ha vissuto in Giordania, Egitto, Libano, Stati Uniti e Scozia, tuttavia decide di vivere oggi in Palestina, dove è cresciuta. La storia miticizzata della sua famiglia è raccontata nel suo romanzo Damasco in cui verità e menzogna si confondono per costruire un'aura magica attorno alla città di Damasco e alla famiglia Baroudi. La parola di Amiry vuole creare con Damasco una narrazione alta rispetto all'immaginario collettivo che tutti noi abbiamo sulla Siria odierna. La scrittrice si oppone alla semantica del dolore raccontando un territorio magico, grazie a una lingua onirica e magniloquente, pur restando sempre piana.
Donne, scandali, segreti, sorelle, zie, cugine, serve muovono, secondo un movimento centrifugo, le vicende della famiglia scandite dal ritmo della quotidianità. La sofferenza per e della Storia è un fil rouge che percorre il testo e che fuoriesce grazie all'ironia tagliente della voce narrante, in grado di mescolare verità e menzogna con grande maestria. Ma è con Sharon e mia suocera che emerge la scrittura politicamente impegnata di Suad Amiry. Il testo infatti racconta l’assedio di Ramallah e di come la politica entri nella vita di tutti i giorni, di come le scelte di alcuni modifichino e agiscano sulla vita di molti. La scrittura di Amiry è qui ironica, potente, vigorosa e traccia le pagine di un diario politico - pubblico in cui verità e surrealismo si intrecciano. Emerge il ritratto di una donna giustamente arrabbiata, furente e impulsiva che si oppone alla politica con i mezzi di cui dispone. Al centro della narrazione l’amore per il marito, il fastidio nei confronti di una suocera petulante, l’odio per Sharon, ex primo ministro israeliano, il senso di comunità palestinese e il desiderio di riscatto, che appartiene a tutto il popolo palestinese soggiogato dai capricci politici di uno stato, quello di Israele, che impedisce loro anche le azioni più semplici come prendere un aereo o uscire di casa. L’autrice mostra come la scrittura possa raccontare il dolore di una nazione che non desidera abbandonare la propria Terra, ma che vuole abitarla nonostante tutti i soprusi e le atrocità che ha subito e che ancora oggi continua imperitura a vivere.
"Le parole che non ho mai detto a quel soldato israeliano”
Queste che seguono sono le parole che Suad Amiry avrebbe voluto dire a un soldato israeliano di appena venti anni, che ha fermato lei e suo marito fuori dalla propria abitazione quando il coprifuoco era cessato, ma sono rimaste pensiero e dopo soltanto verbo in forma scritta. Lì era necessario rimanere in vita e dunque mordersi la lingua.
"Non sono sorda e tantomeno cieca o muta, ragazzino, come tutti noi ho imparato a fare la sorda, a comportarmi da cieca, a far finta di essere muta ogni volta che incontri uno di voi nelle nostre città, nelle nostre strade, nei nostri soggiorni e perfino nelle nostre camere da letto. Ti interessa davvero sapere che cosa ho provato quando ho fatto finta di essere sorda, il giorno che i tuoi colleghi hanno insultato un vecchio al checkpoint? Ti interessa davvero sapere che cosa ho provato a comportarmi da cieca quando i tuoi colleghi picchiavano i miei studenti, mentre andavo a fare lezione all'università di Birzeit? Capisci adesso perché facciamo finta di essere sordi e muti per buona parte della nostra vita? Capisci che cosa succederebbe se cominciassimo a comportarci da normali esseri umani ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo che violate i nostri diritti? Capisci che genere di volontà (e di umiliazione) ci vuole per insegnarci a non sentire, a non vedere, a non alzare la voce? Ecco perché il mondo intero è colto di sorpresa quando ogni dieci o vent'anni, decidiamo di vedere, sentire e far sentire la nostra voce. È successo nel 1929. Nel 1936. E di nuovo nel 1987”.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 9 ottobre 2026, 10:55

