Violenze e ricatti online, l’avvocata Marisa Marraffino: “Il coraggio è riuscire a mettersi al centro della propria esistenza”
Dalla violenza online al revenge porn, dal consenso digitale alle sfide dell’intelligenza artificiale: l’esperta di diritto e reati legati alla dimensione digitale (ospite del Festival di Luce!) racconta perché difendere i propri diritti significa anche imparare a chiedere aiuto, assumersi responsabilità e tornare a sentirsi liberi

Il 16 e 17 ottobre, a Palazzo Vecchio, torna il Festival di Luce!, giunto alla sua sesta edizione con il tema “Accendere il coraggio”. Tra le protagoniste ci sarà anche l’avvocata Marisa Marraffino, esperta di diritto e reati legati alla dimensione digitale, che porterà al Festival una riflessione sul rapporto sempre più complesso tra libertà, responsabilità e nuove tecnologie. Dalla violenza online al revenge porn, dal cyberbullismo al consenso digitale, fino alle nuove possibilità offerte dall’intelligenza artificiale di manipolare immagini, voci e identità, il mondo digitale ha cambiato profondamente il modo in cui viviamo le relazioni, la privacy e persino la percezione che abbiamo di noi stessi.
Ma nelle parole di Marraffino il tema della tutela giuridica si intreccia continuamente con una domanda più grande: come si torna a educare alla libertà in una società in cui siamo sempre connessi, esposti e osservati? Perché denunciare è certamente un atto di coraggio, ma lo è anche chiedere aiuto, riconoscere di avere sbagliato, imparare a rispettare i confini degli altri e, soprattutto, trovare la forza di rimettersi al centro della propria esistenza. In vista del suo incontro con il pubblico del Festival, abbiamo parlato con lei di violenza e consenso, di adolescenti e responsabilità, di intelligenza artificiale e nuove forme di manipolazione. Ma anche di ascolto, educazione e della necessità di una nuova idea di libertà.
Oggi una parte sempre più importante delle nostre relazioni passa attraverso lo schermo. Quando una relazione comincia a trasformarsi in controllo, ricatto o violenza, quali sono i segnali che facciamo più fatica a riconoscere? E quanto è difficile, per chi li vive, capire che non si tratta di amore ma di una forma di abuso?
"Quando una persona cerca di screditare l’altra per creare una situazione di dominio, che può concretizzarsi anche attraverso il controllo e il ricatto morale. ‘Se non mi dai le tue password significa che non ti fidi di me’, ‘se non mi mandi le tue foto intime ti lascio’: sono dinamiche che spesso vengono scambiate per prove d’amore. L’amore non mette a disagio e non controlla: fa crescere e si basa sulla fiducia. Dal punto di vista legale, forzare le password di qualcuno può integrare il reato di accesso abusivo a un sistema informatico; geolocalizzare o controllare una persona attraverso il Gps può configurare il reato di molestie e, nei casi più gravi, di atti persecutori. Se la vittima smette di credere in se stessa difficilmente denuncerà e tenderà a sopportare fino a soccombere. Per questo serve una vera rivoluzione culturale che coinvolga tutti. Le leggi da sole non bastano, anche se sono necessarie".
Il digitale ha reso possibile che un’immagine, un messaggio o una conversazione privata escano dal loro contesto e raggiungano moltissime persone in pochissimo tempo. È cambiato anche il modo in cui viviamo la paura di essere esposti? E come possiamo tornare a sentirci liberi senza vivere ogni relazione digitale con paura?
"Dobbiamo imparare di nuovo a difendere la nostra libertà. Dobbiamo lottare fin da piccoli per essere uomini e donne liberi. Questo significa imparare a proteggerci, che non vuol dire avere paura del mondo, ma conoscere il confine dei nostri diritti e di quelli degli altri. Abbiamo il diritto di rifiutare che qualcuno pubblichi le nostre fotografie senza il nostro consenso e abbiamo il dovere di dire no a chi ci chiede foto intime, sapendo che nemmeno i messaggi effimeri scompaiono davvero per sempre. Dobbiamo rimetterci al centro della nostra esistenza e costruire sicurezza in noi stessi. È un percorso che comincia da piccoli, attraverso l’esempio di chi ci sta intorno. Per questo anche i genitori, per primi, dovrebbero evitare di pubblicare le fotografie dei figli piccoli: loro non possono difendersi, ma ci osservano e un giorno potrebbero replicare le nostre condotte sbagliate. Gli adulti di oggi hanno perso gran parte della loro credibilità agli occhi dei ragazzi. Da qui dobbiamo ripartire”.
Nei casi di revenge porn, sextortion o cyberbullismo, la vittima spesso prova vergogna e finisce per pensare di avere una parte di responsabilità. Perché è ancora così difficile distinguere tra ciò che una persona sceglie liberamente di condividere e ciò che qualcun altro decide di farne contro la sua volontà?
"Ci sono ancora troppi tabù legati alla sfera sessuale e al corpo. Ma in natura i tabù non esistono: sono nella nostra testa. Basti pensare che in Italia molti genitori si affidano alle verdure per dare un nome ai genitali e per spiegare come nasce un bambino, quando dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Questi tabù hanno conseguenze anche da adulti. Se abbiamo un problema legato alla condivisione illecita di contenuti intimi, spesso non ne parliamo con i genitori e facciamo fatica a chiedere consigli sulla sfera sessuale. Così cerchiamo online, con il rischio di imbatterci anche in contenuti pedopornografici. E poi ci sono i sensi di colpa. Una vittima può sentirsi responsabile perché ha consentito al partner di realizzare un video intimo. Ma fare un video intimo non è un reato: lo è condividerlo senza il consenso dell’altra persona. Nel mio lavoro mi capita di seguire come parte civile vittime di questi reati e sento ancora domande, anche da parte di colleghi, che alimentano questa dinamica del senso di colpa. Qualche mese fa, per esempio, a una vittima iscritta a OnlyFans sono state poste domande sulla sua iscrizione alla piattaforma, insinuando indirettamente che se la fosse andata a cercare. Non siamo molto lontani dai processi per violenza sessuale in cui si chiedeva alla vittima come fosse vestita. Ai più giovani direi di preservare la propria sfera intima. Condividere video o fotografie dei genitali erode un pezzettino della nostra libertà, anche se il video non viene condiviso dal partner, perché nella nostra testa resterà per sempre il timore che possa accadere. Ricevo telefonate soprattutto da donne che hanno acconsentito a scambiare foto intime, anche con sconosciuti conosciuti nelle chat dei giochi online. A distanza di molti anni vivono nel timore che quelle immagini possano essere finite in giro. Nessuno potrà mai dare loro la certezza che non sia successo. La nostra riservatezza fa parte dei diritti inviolabili tutelati dall’articolo 2 della Costituzione. Ma nessuno ce lo insegna quando siamo piccoli. Anzi, vediamo ogni giorno esempi che sottovalutano l'importanza della privacy. C'è una scarsa formazione su questi temi e le conseguenze le pagano soprattutto i più piccoli, che invece dovrebbero essere protetti ed educati dagli adulti".
Siamo abituati a parlare di consenso soprattutto nelle relazioni fisiche e sessuali. Ma se il consenso è il confine che protegge la libertà dell'altro, quanto è importante imparare a riconoscerlo e rispettarlo anche nel mondo digitale?
"È fondamentale. Il domicilio digitale deve essere protetto al pari di quello fisico. Il reato di accesso abusivo a un sistema informatico è ricalcato su quello di violazione di domicilio. Anzi, oggi nel domicilio informatico transitano molti più dati che in quello fisico. Dare libero accesso alle nostre informazioni più intime ci rende ricattabili e meno liberi. Chi ci chiede foto intime in cambio del proprio amore non ci vuole bene davvero. Forzare il consenso dell’altro è una forma di abuso”.
Quando una persona arriva da lei dopo aver subito una violenza online, magari dopo avere vissuto a lungo paura, vergogna e senso di colpa, quale è la prima cosa che sente il bisogno di dirle?
"Che andrà tutto bene e che riuscirà a tornare alla vita di prima. Spesso noi avvocati lavoriamo insieme agli psicologi. La difesa è un percorso che deve essere affrontato con lucidità e consapevolezza: bisogna essere pronti e strutturati. Significa anche prendersi cura di noi stessi, un po’ come quando si va dal medico. La legge, come la scienza, ha fatto tanti passi avanti nella tutela delle vittime dei reati informatici. La cosa più bella è vedere il cambiamento che l’affermazione dei propri diritti può produrre nelle persone che hanno avuto il coraggio di alzare la testa e proteggersi. È una rinascita. Da quel momento in poi tutto può cambiare, in meglio”.
Denunciare significa spesso rendere pubblico qualcosa di cui ci si vergogna. Quanto è difficile compiere quel primo passo e smettere di sentirsi soli? E quanto può fare la differenza, in quel momento, trovare qualcuno disposto semplicemente ad ascoltare?
"È il primo passo e sicuramente il più difficile. Imparare a chiedere aiuto fa parte della crescita di ciascuno di noi. La vergogna spesso ritarda la giustizia. Penso ai casi di condivisione illecita di contenuti intimi: prima la vittima ne parla, più sarà efficace la risposta della giustizia. Chi ci vuole bene davvero ci accoglie anche nelle nostre fragilità. Per questo raramente ho visto genitori arrabbiarsi con i figli vittime di questo tipo di reati. Ci sarà tempo per parlarne, ma prima di tutto conta l’ascolto. Molti processi possono essere celebrati a porte chiuse. Dai 14 anni in su, la vittima può sporgere querela anche da sola. Se non riesce a parlarne con un genitore, può farlo con un amico o un’amica: possono aiutarsi e sostenersi a vicenda nel denunciare i fatti. Avere una persona di cui ti fidi, a volte, può salvarti la vita".
Abbiamo parlato fin qui della tutela delle vittime. Ma dall'altra parte c'è la responsabilità di chi agisce la violenza. Come si può aiutare un ragazzo o una ragazza a capire che quello che fa dietro uno schermo può avere conseguenze molto concrete sulla vita di un'altra persona?
“È un problema di consapevolezza, educazione ed esempio. Noi adulti pensiamo davvero di essere stati ottimi esempi per i più piccoli? Quello che facciamo dietro uno schermo riflette quello che siamo. Certo, ci sentiamo più forti, quasi inattaccabili, ma l’educazione digitale non è diversa dall’educazione analogica. Dobbiamo tornare all’ascolto, quello vero, e all’empatia. Devono farlo i genitori e i familiari, ma chiunque lavori con l’infanzia ha una precisa responsabilità. Dovremmo ritagliarci del tempo per stare con i più piccoli, che biologicamente sono più fragili, e tornare a proteggerli. Negli ultimi anni non lo abbiamo fatto così bene e ne paghiamo le conseguenze. Occorre una rivoluzione prima di tutto culturale, ma sarà lunga".
Lei lavora anche con ragazzi che hanno commesso reati e racconta di avere incontrato, nel tempo, persone capaci di cambiare profondamente. Quanto si assomigliano, più di quanto immaginiamo, le storie delle vittime e quelle di chi commette un reato?
"Quando affronto i processi, soprattutto quelli minorili, ho spesso la sensazione che vittime e autori dei reati si assomiglino molto più di quanto immaginiamo. Gli adolescenti attraversano l’età più violenta della vita e reagiscono alle ingiustizie che credono di aver subito, o che hanno effettivamente subito, con altrettanta violenza. Spesso mi dicono: ‘Io non mi sono reso conto’, ‘Lo facevano tutti’, Non bisogna mai minimizzare una condotta violenta, ma dobbiamo essere bravi a lavorare sulle cause. I percorsi di messa alla prova, sia per i minorenni sia per gli adulti, insegnano proprio questo. Puoi estinguere il reato commesso, ma devi iniziare un percorso prima di tutto dentro te stesso: doloroso, faticoso, ma capace di aiutarti davvero a rinascere, se lo affronti bene. Ho avuto la fortuna di assistere a veri e propri miracoli: ragazzi che oggi lavorano, si sono laureati o fanno volontariato in associazioni bellissime. A vederli oggi non diresti mai che sono gli stessi descritti in quei capi di imputazione così gravi. Dobbiamo essere tutti molto bravi a toccare le corde giuste per non perderli. E si torna all’importanza dell’ascolto, che è l’unico rimedio possibile".
Con l’intelligenza artificiale stanno comparendo possibilità nuove e potentissime di manipolare immagini, voci e identità. Qual è, secondo Lei, il rischio che stiamo ancora sottovalutando e che potrebbe diventare più evidente nei prossimi anni?
"Sicuramente la tenuta mentale dei più piccoli e dei più fragili. Oggi stiamo vedendo soltanto la punta dell’iceberg. Questo sarà uno dei temi dei prossimi anni, se non invertiamo la rotta. C’è poi il rischio di annullare la capacità di comprensione dei ragazzi. Tutto viene reso più semplice dall’intelligenza artificiale, ma il prezzo potrebbe essere quello di crescere generazioni di ragazzi sempre più soli e senza strumenti per capire il mondo. Questo ci renderà più esposti ai reati, ma anche alle manipolazioni emotive e agli adescamenti. L’intelligenza artificiale dovrebbe invece essere sfruttata per tutelare le persone e migliorare, per esempio, le indagini. In parte lo stiamo già facendo, ma è ancora troppo poco. Stiamo inoltre sottovalutando il potere delle chat crittografate, dove circola di tutto. La privacy può essere bilanciata con la sicurezza di tutti noi: gli strumenti esistono, ma le norme, ancora una volta, sono in ritardo”.
In un ambiente digitale in cui tutto sembra immediato - pubblicare, condividere, commentare, giudicare - abbiamo ancora la capacità di fermarci prima di fare qualcosa che potrebbe ferire un'altra persona? E come si può insegnare nuovamente a mettersi nei panni degli altri?
"Certo, dobbiamo farlo, ma è necessaria la collaborazione di tutti, dalle famiglie agli insegnanti. Mettersi nei panni dell’altro è sempre stata la sfida della crescita. Oggi lo facciamo sempre meno: il problema è sempre degli altri. Ognuno tende a primeggiare. Per questo pubblichiamo selfie ritoccati e fotografie private: la nostra vita deve sembrare sempre migliore di quella degli altri. I ragazzi che commettono atti di bullismo o furti spesso mi dicono di averlo fatto per comprarsi delle scarpe di marca perché ‘ce le hanno tutti’. È una spiegazione che sembra banale, ma contiene la spiegazione di tutto. Gli spazi per ascoltare e leggere storie vere di chi è stato vittima o autore di reati sono sempre meno. Invece farebbe bene a tutti attraversare per un momento la vita degli altri e poi chiedersi: come è andata a finire? Si impara molto dalle storie di chi ci è già passato. Ed è anche il motivo per cui ho sempre voluto fare l’avvocato”.
Il Festival di Luce! quest'anno parla di “coraggio”. Nel suo lavoro il coraggio può essere quello di denunciare, chiedere aiuto, riconoscere di avere sbagliato o ricominciare dopo essere stati feriti. Quale è la forma di coraggio che incontra più spesso?
"Il coraggio di riuscire a mettersi al centro della propria esistenza. È un insieme di diverse forme di coraggio, sempre nel rispetto degli altri. A volte ci vuole tutta una vita per capirlo, perché viviamo schiacciati dai sensi di colpa e rischiamo di diventare uomini e donne insoddisfatti. Chi è insoddisfatto può diventare aggressivo o fare del male a se stesso. Serve un equilibrio, e ci si allena già da piccoli: nella scelta della scuola o del lavoro, per esempio. Dovremmo scegliere quello che ci piace davvero, senza condizionamenti esterni. È importante che qualcuno ci parli fin da piccoli della libertà, che è anche libertà economica e di pensiero. Non dovrebbe volerci coraggio per denunciare qualcuno che ci molesta. Diventa però un gesto coraggioso quando non esiste una rete di protezione adeguata. C’è poi un grande problema di salute mentale che tendiamo a sottovalutare. Le persone hanno paura delle reazioni di chi denunciano. Per questo la difesa deve tenere conto di molti aspetti, non soltanto di quelli strettamente legali. Per noi avvocati, oggi, il coraggio è anche quello di fare causa alle piattaforme. I processi negli Stati Uniti ci hanno insegnato che è possibile. Penso al caso di un avvocato che ha difeso insieme alle figlie una ragazza che ha citato in giudizio Meta e Google per dipendenza dai social media e gravi danni psicologici. Hanno ottenuto un risarcimento di tre milioni di dollari e aperto un precedente utile. Pensate a quanto coraggio ci deve essere voluto e all’esempio che quel padre avvocato ha dato alle figlie: non avere paura e lottare per i diritti. Lo ricorderà per sempre e può essere un esempio anche per tutti noi".
Se lei potesse lasciare un messaggio a una ragazza o a un ragazzo che oggi sta vivendo una situazione di violenza o ricatto online e pensa di non avere una via d’uscita, cosa vorrebbe dirgli?
"Che non è vero: una via d’uscita c’è. Ci sono nuove leggi, penso al Digital Services Act, al nuovo reato di deepfake, alla legge contro il bullismo e il cyberbullismo e alle tante altre norme in fase di approvazione. Direi anche che noi adulti abbiamo commesso molti errori, ma che l’avventura più bella che possa esistere è lottare per i propri diritti. C’è una soddisfazione enorme nel farlo. E poi direi a tutti i ragazzi e alle ragazze, a prescindere dai reati, di fare la rivoluzione. Abbiamo bisogno di un nuovo ’68, di ragazze e ragazzi che escano per strada e lottino per la propria libertà. I social e l’intelligenza artificiale sono strumenti meravigliosi, ma ci hanno tolto molta libertà. Glielo abbiamo lasciato fare. Adesso è arrivato il momento di dire basta: di pretendere di essere rispettati, di non essere oggetto di un business continuo, di pretendere alternative possibili. I ragazzi dovrebbero riappropriarsi del mondo analogico e lottare per avere sport, musica e teatri gratuiti. La conoscenza è l’unica vera forma di libertà. Bisogna lottare per il diritto allo studio e credere nelle proprie passioni e capacità. Direi ai ragazzi di oggi di non avere paura dei propri sogni, di non lasciarsi convincere da nessuno, nemmeno dai genitori, su quale lavoro debbano fare da grandi. Di riappropriarsi della propria vita con intelligenza, passione e rispetto per gli altri. Una bella rivoluzione, appunto”.
Ultimo aggiornamento: Sabato 3 ottobre 2026, 16:21

