Cisco: “Con il mio combat folk cerco di difendere i valori di base: accoglienza, democrazia, tolleranza, memoria”
Lo storyteller emiliano, storico vocalist dei Modena City Ramblers, viene premiato al MEI come artista indipendente dell’anno. Un riconoscimento per l’impegno di questo alfiere di un combat folk controcorrente, che ha recentemente pubblicato il doppio album “Reduci”

Si chiama Stefano Belotti, ma tutti lo conoscono Cisco e da 35 anni questo storyteller classe 1968, di Carpi, è una delle figure più rappresentative della migliore e più combattiva musica italiana d’autore. Cisco è stato fino al 2005 il vocalist dei MCR (Modena City Ramblers), poi ha incrociato la sua vocalità con la Casa del Vento, i Fiamma Fumana e recentemente ha collaborato attivamente con la Bandabardò. Il tutto portando avanti con coerenza e impegno anche una motivata e intensa carriera solista, il cui ultimo frutto è il doppio album “Reduci”, uscito pochi mesi fa.
Il MEI, Meeting Etichette Indipendenti, che si svolge dal 1 al 4 ottobre 2026 a Faenza, in provincia di Ravenna, ha deciso di conferire a Cisco sabato 3 ottobre il PIMI, il premio dalla stampa specializzata, come Artista Indipendente dell’Anno. Per l’occasione Cisco si esibirà in un breve set dal vivo in linea con i contenuti del Reduci tour.
“L’omaggio che mi tributa il MEI lo vedo, in maniera molto serena e tranquilla, un po' come un premio da carriera, dopo 35 anni di buona musica sui palchi. Anche se non credo molto ai premi, il contesto stavolta è importante e perlomeno interessante. Il MEI cerca di dare spazio a giovani voci, alla creatività delle nuove generazioni e di chi fa musica seguendo le proprie idee”.

Cisco, è ancora importante la scena della musica indipendente?
“Gli artisti indipendenti sono quelli che lavorano fondamentalmente come dei grandi artigiani, con le loro mani, con la loro testa, con le loro idee e che praticamente fanno della loro arte fondamentalmente un percorso proprio di vita. La musica indipendente può essere rap, trap, può essere punk, folk, rock, può essere heavy, può essere di qualsiasi genere. La cosa che ti distingue è come fai la tua musica, come porti avanti le tue idee, come mantieni l'indipendenza di tutto quello che c'è attorno a te nel fare quello che è la tua musica. Questa è una cosa che oggigiorno, secondo me, le persone che hanno più a cuore le sorti della musica hanno più bisogno di fare per essere e rimanere coerenti con le proprie idee. Nell'arte questo è importante. Soprattutto in un momento storico come questo in cui la musica (e il pubblico ascolta) è stata in qualche modo omologata e si assomiglia un po' tutta. Soprattutto quella delle star che vanno in classifica. Gli artisti che riescono a rimanere indipendenti facendo la propria musica senza scendere a compromessi sono sempre più rari e quindi vanno tutelati e il MEI fa questo”.
Dando spazio alla creatività, a quella scena che somiglia a quello che era l'underground negli anni ’70 e ’80, ma che strizza l’occhio anche al futuro?
“È importante, quasi vitale, valorizzare il sottobosco culturale e musicale della propria terra, della propria zona, magari incrociando anche idee e pensieri con altri artisti per sviluppare la propria creatività”.
Lei le ha incrociate sia con Modena City Ramblers che con la Bandabardò?
“Sì, ho avuto questa fortuna. Sono partito come cantante dei Modena, un viaggio che è durato quasi 15 anni e poi è proseguito da solista. La strada mi ha portato a incrociare il mio percorso con gli amici della Bandabardò. Abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, sempre nell'ottica dell'indipendenza. Un percorso artistico che va avanti e chissà che cosa mi porterà in futuro. Magari succederà che mi incontrerò con qualcun altro per fare un altro pezzo di strada insieme. Sono stato fortunato a aver incontrato le persone giuste nel mio percorso. Insieme abbiamo fatto esperienze che mi hanno anche formato, mi hanno aiutato a tirar fuori il mio feeling, la determinazione che fa sì che oggigiorno, a 35 anni dagli inizi, sia ancora qui a cantare, a scrivere, a fare concerti”.

Dando spazio a una musica vitale e impegnata, come la canzone “Domenica”, dedicata alla lotta operaia della ex GKN di Campi Bisenzio, realizzata insieme alla Banda e la partecipazione degli Extraliscio?
“L'impegno per me è sempre stato una cosa fondamentale nella musica, non solo mia, ma anche quella di cui fruisco, di quella con cui mi sono formato. Nei brani dei cantautori degli anni ’60 - ‘70 l'impegno era parte integrante della loro arte. Lo stesso vale per i grandi maestri del rock da Bob Dylan a Springsteen, da Neil Young ai Beatles stessi, che magari non sembravano impegnati, ma sono stati più rivoluzionari loro di tutti. Purtroppo penso che negli ultimi anni, soprattutto in Italia, la musica abbia perso forza, abbia minore capacità di muovere masse e quindi di far ragionare le persone. Peccato perché credo che la musica debba essere un mezzo per coinvolgere, far ragionare, riflettere e crescere come persone, come cittadini e nello stesso tempo, per chi la fa, come artisti”.
Uno che la pensava così e che ci ha messo la faccia nel portare avanti l’impegno, è l’appena scomparso Francesco Guccini …
“Senza Guccini in tanti non faremmo questo lavoro o almeno non lo faremmo così. Mi sono formato con le sue canzoni attraverso la musica che ascoltava mio fratello
che era più grande di me e ascoltava esclusivamente cantautori italiani, soprattutto Guccini. I brani del maestrone, le sue frasi, il suo modo di scrivere e di cantare sono nel mio cuore”.
L'ha conosciuto anche personalmente?
“Sì, l’ho incontrato più volte e ho collaborato con lui. La prima volta fu quando nel secondo album dei Modern City Ramblers rifacemmo la versione de “La locomotiva” e con l’incoscienza della gioventù decidemmo di togliere una strofa dal brano che ci sembrava ridondante. La casa discografica ci disse che dovevamo chiedere il permesso a lui di questa licenza. Ebbi io il compito di chiamarlo al numero di Pavana. All’inizio rimase un po' serio, poi mi disse: “Ma, sì avete fatto bene ragazzi è una canzone troppo lunga” e di lì abbiamo avuto la sua benedizione. Un altro aneddoto meraviglioso con il maestro si riferisce a quando abbiamo rifatto “Auschwitz” per “Appunti partigiani”, l'ultimo disco che ho fatto insieme in Modena. Lui venne in studio da noi stette con noi un giorno intero. Ma, prima dovevamo andarlo a prendere perché lui era senza patente, ma non ci disse dove. Glielo chiedemmo e lui rispose un po’ seccato: “Ma in via Paolo Fabbri 43, non conoscete i miei dischi?”. Scoppiamo a ridere tutti su questa cosa. Aveva uno spiccato senso dell’ironia Guccini, che come cantautore è stato un punto di riferimento importantissimo, ha segnato le nostre vite di ascoltatori, di musicisti e se vogliamo, in maniera molto modesta, anche di colleghi”.
Anche sul suo ultimo album “Reduci” spira il vento dell’impegno?
“Reduci” è uscito quest'anno a marzo. Ho suonato le sue canzoni dal vivo nel tour, bello corposo e bello stancante, che ho portato avanti tutta l'estate. Sono orgoglioso di questo album, che ho voluto realizzare doppio in un periodo in cui dischi non si vendono e la gente ascolta 10 secondi una canzone e poi passa oltre. Per sfidare questa abitudine ho invece avuto l’ardire di scatenarmi in 17 canzoni originali. Non è un concept album, ma sono due dischi: uno che propone avventure di guerra e di resistenza e l'altro che narra storie di personaggi comuni a me cari. Questo disco ha l’ambizione di raccontare quello che è essere un po' reduci di un mondo che non c'è più. Reduci di un mondo culturale, di un mondo politico, di un mondo sociale che forse sta scomparendo, ma di cui mi sento assolutamente parte, quasi fossi un alfiere o almeno un rappresentante di quelle idee di progresso e libertà. Anche se il nostro mondo sembra essere sempre più piccolo, credo che alla fine abbiamo ancora le nostre opinioni da rivendicare, tante cose da dire, i nostri valori da difendere, le nostre storie da raccontare”.
Quali sono insomma i valori che ispirano questo disco?
“Quelli che mi hanno formato come uomo. I principi che mi hanno insegnato quando da giovane facevo militanza politica nella piccola sezione di partito di Carpi. Sono i valori dell'accoglienza, dell'amicizia, i valori della democrazia, della tolleranza, della memoria, la necessità di difendere la nostra Costituzione e la Repubblica Italiana, quello che siamo e quello che ci ha fatto diventare la resistenza. Sono cose che sento ogni giorno messe a repentaglio, sotto attacco. Per questo con il mio combat folk cerco di difendere questi valori semplici, di base, se vogliamo anche banali, ma non scontati. Forse non è niente di eccezionale, però se nessuno difende un modo di pensare progressista sento che stiamo commettendo un grave errore. Non a caso nei miei concerti mi piace cantare anche determinate canzoni, come “Bella Ciao”, come “Funerale di Berlinguer” o “I cento passi”, che porta avanti i valori di Peppino Impastato e di una società civile che si oppone alla mafia. Sarebbe giusto tutti i giorni ricordare queste cose, rivendicare quelle battaglie che ci hanno portato a vivere in un paese democratico, magari imperfettamente democratico, come il nostro, ma... migliore di qualsiasi altra alternativa sperimentata finora”.
Il mondo della musica può fare qualcosa per arginare questo mare di femminicidi che praticamente tutti i giorni ci investe?
“Rabbrividisco quando sento dire che non esiste il problema in Italia. La nostra è ancora una società patriarcale e maschilista dove fino al 1981 anni esisteva il delitto d'onore. Per questo bisogna continuare a essere indignati e cantare lo sdegno per questa guerra quotidiana contro le donne. Lo faccio anche io nell'ultimo disco con “Sul fondo del Peidan” che parla di femminicidio, di una donna uccisa dal suo compagno, da quello che diceva di amarla. Il Peidan non esiste è un luogo della mia fantasia non fa riferimento a un avvenimento successo veramente, ma è una presa di posizione rispetto questa follia contro le donne. È una denuncia molto sottile, quasi velata, non certo una canzone da manifestazione, ma mi piacerebbe fosse un modo per ricordare anche le lotte anni ‘70 per il divorzio e per l'aborto, per il riconoscimento della dignità della donna e contro la violenza sul corpo femminile. Bisogna stare attenti a pensare che tutti questi siano ormai diritti acquisiti e continuare a lanciare messaggi, ricordare alla gente, anche tramite le canzoni, che bisogna reagire a queste follie maschiliste.
Anche alle discriminazioni verso i diversi?
“Nelle mie canzoni non ne parlo quasi mai in maniera diretta, ma è come se fosse sottinteso il rispetto delle altre persone come esseri umani. Non importa uno di che razza sia, che gusto e sessuale abbia. Il rispetto che dobbiamo mantenere nei confronti delle altre persone è a 360° e questo concetto c'è in tutto il mio racconto musicale, nel mio percorso artistico. Fra le tante mie canzoni tengo a ricordare “Ebano”, un brano che parla di una prostituta africana, anche se quando uscì, molti pensarono fosse dedicata a un travestito, a un africano che aveva fatto la scelta della prostituzione. Un uomo che si sentiva femmina e veniva sfruttato per questo”.
Ultimo aggiornamento: Giovedì 1 ottobre 2026, 08:44

