Una lingua più viva che mai. Il latino oggi tra bellezza e svarioni
C’è chi lo padroneggia con sapientia cordis, chi lo dosa cum grano salis e chi, per dirla con Manzoni, inciampa...

C’è chi lo padroneggia con sapientia cordis, chi lo dosa cum grano salis e chi, per dirla con Manzoni, inciampa nel maldestro latinorum. Sta di fatto che, nel bene e nel male, il latino continua a essere sulla bocca degli italiani più di quanto possano immaginare. La lingua dell’Urbe è madre certa, anzi certissima del nostro idioma, dimostra, numeri alla mano, Francesco Lepore nel suo Bellezza antica e sempre nuova, il latino nel mondo di oggi (Castelvecchi, 155 pagine).
Su un totale di oltre 260mila lemmi registrati nel Grande dizionario italiano dell’uso, sono circa 35mila quelli che si riconducono al latino, lessemi ereditari (14%) o latinismi (86%). Dai verbi avere (habere) e dire (dicere) ai sostantivi ictus, iter, referendum o raptus fino alle locuzioni Caput mundi, Casus belli, entrate ormai nel linguaggio comune.
Di queste e altre espressioni, che nobilitano l’eloquio, l’autore – già latinista papale in Segreteria di Stato vaticana e curatore della rubrica quotidiana O tempora, o mores su Linkiesta –, ricostruisce origini e fortuna. O anche sfortuna, almeno per quei politici scivolati in Parlamento sullo spietato adagio Simul stabunt aut simul cadent (Insieme staranno o insieme cadranno).
Il primo a ruzzolare è stato nel 1988 l’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, seguito, a vent’anni di distanza, dall’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ne scaturirono risate collettive in emiciclo e persino una grottesca interrogazione parlamentare del Pci (1988), diretta al titolare dell’Istruzione e tesa a rassicurare gli studenti sul fatto che, pur se morta, la lingua latina "non è cambiata" e "la terza persona plurale (al futuro, ndr) del verbo cado rimane cadent e non cadunt".
Svarioni permettendo, se oggi "il latino è più vivo che mai" – assicura nella prefazione del libro il cardinale Matteo Zuppi, presidente dei vescovi italiani –, il merito è tutto o quasi della Chiesa che diciassette secoli fa lo elevò a sua lingua ufficiale. Consentendo così anche ai novelli don Abbondio di calpestare l’idioma ciceroniano, con tanto di accidenti a pioggia dai Renzo Tramaglino 2.0. che non san cosa farsene del loro latinorum. Perché eruditi sì, dottor Balanzone anche no.
Giovanni Panettiere
Ultimo aggiornamento: Domenica 18 gennaio 2026, 05:46





