La verità dell’esperto sul Super El Niño: la teoria del vortice polare e l’incubo gas. “Inverno gelido? Il modello Ecmwf dice il contrario”
I dati scientifici sconfessano gli scenari diventati virali in questi giorni: il meteorologo Luca Lombroso fa chiarezza sul reale impatto del fenomeno in Europa. “Nessuna teleconnessione causa-effetto. Segnali di piogge sopra la media al Nord tra gennaio e febbraio, sotto media al Sud”

Roma, 17 settembre 2026 – Abbiamo fatto appena in tempo a rallegrarci per essere sopravvissuti all’estate più calda mai registrata dal 1950 che siamo già in ansia per le previsioni relative all’inverno che verrà. Una proiezione stagionale – circolata di recente su svariati siti di informazione italiani e internazionali – dà quasi per certo l’arrivo di un vortice polare sul Nord Europa, con effetti inevitabili anche sull’Italia e una collegata crisi del gas che potrebbe essere senza precedenti. Ma cosa c’è di vero in questa previsione e quanto dobbiamo preoccuparci? Lo abbiamo chiesto a Luca Lombroso, meteorologo di Meteored Italia e già autore di diversi articoli su El Niño e sui suoi effetti a livello globale.
Cos'è il fenomeno climatico El Niño
Per comprendere l'entità della previsione, è utile innanzitutto definire il fenomeno di cui tutti parlano. El Niño (fase calda del ciclo noto come Enso - El Niño-Southern oscillation) è un evento climatico periodico naturale che si verifica, in media, ogni 2-7 anni. Si innesca con un indebolimento dei venti alisei che, a loro volta, riducono la spinta delle acque calde verso l'Asia e favoriscono il loro riflusso verso le coste del Sud America. Questo processo trasferisce ingenti quantità di calore e umidità dal mare all'atmosfera, alterando la circolazione atmosferica globale. In generale, l'evento viene classificato come tale quando le temperature superficiali del mare superano la media di almeno +0,5 °C per un periodo prolungato.

Dal punto di vista termodinamico, l'acqua marina anomala rilascia calore latente, fornendo maggiore energia per i sistemi ciclonici tropicali. Nel Pacifico centro-orientale, questo meccanismo può tradursi in un incremento di intensità per tifoni e uragani. La permanenza di uno strato di acqua calda superficiale favorisce la stabilità strutturale delle tempeste, aumentando la probabilità di precipitazioni localizzate ad alta intensità e di conseguenti rischi legati ad alluvioni repentine e dissesto idrogeologico.
I dati aggiornati sulle previsioni fornite dalla Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) segnalano, ora, un sensibile incremento delle temperature nel Pacifico equatoriale. Le stime attuali indicano che, a partire dalle prossime settimane, si potranno registrare anomalie termiche con picchi fino a +3,5/4°C superiori alla media. Tali valori, considerati molto elevati nell'ambito delle serie storiche, rientrano nella classificazione di ‘Super El Niño’, termine usato per indicarne la forte intensità.
Le ripercussioni sull’Italia
Tornando alle nostre latitudini, è bene ricordare che il fenomeno non ha impatti diretti in Europa. “Ciò non vuol dire – avverte Luca Lombroso - che non vi siano conseguenze nel nostro continente. Nel sistema climatico terrestre, infatti, tutto è connesso. L’influenza de El Niño in Europa è indiretta e avviene tramite le teleconnessioni: in pratica, agisce indirettamente, variando la circolazione generale dell’atmosfera. Ad esempio, la variazione del flusso delle perturbazioni verso l'Europa, unita al fatto che, nelle fasi positive di ‘Enso’, le temperature globali tendono a rialzarsi, può determinare inverni più miti e secchi in alcune zone europee o, al contrario, condizioni più instabili, a seconda della fase e dell'intensità del fenomeno”.
Il temuto ‘vortice polare’: cosa c’è di vero
Secondo la previsione divenuta virale, nelle scorse ore, su quotidiani e media, El Niño potrebbe causare la rottura del vortice polare, da cui conseguirebbero ipotetiche grandi irruzioni fredde in Europa, compresa l’Italia. È un’ipotesi plausibile? “Una premessa è d’obbligo – obietta il meteorologo -. Come avviene per il fenomeno dello stratwarming (il riscaldamento anomalo e spesso repentino della stratosfera, sopra la regione polare, ndr), la rottura dei lobi del vortice polare non significa, ammesso che avvenga, più freddo in Europa. Dipende da dove si dirige il lobo gelido, perché, se si trova più a est o più a ovest, può causare, al contrario, situazioni di blocco a matrice calda. Secondo diversi studi scientifici, El Niño non aumenta il numero dei riscaldamenti stratosferici invernali; piuttosto, tende a concentrarli tra gennaio e febbraio, indebolendo il vortice polare. In pratica, non è stata rintracciata una reale teleconnessione causa-effetto: El Niño potrebbe rendere il vortice polare più o meno vulnerabile, ma non è la causa diretta del singolo evento”.
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Lo scenario delineato dal modello europeo Ecmwf
Secondo alcune fonti – non riportate dai siti che, per primi, hanno diffuso la notizia – il modello europeo Ecmwf avrebbe formulato una previsione a dir poco allarmante per il prossimo inverno, con la genesi di immensi blocchi anticiclonici alle alte latitudini, in grado di fare da ‘scivolo’ per enormi masse d’aria gelida di origine artica e siberiana, pronte a coprire il vecchio continente. Sarà vero? “Ho cercato le fonti di questa previsione ovunque, senza reperire nulla – replica Lombroso – Al momento, le proiezioni stagionali Ecmwf indicano, al contrario, un inverno di temperature mediamente sopra media, altrettanto i singoli mesi. C’è però una notizia interessante nel sito Ecmwf, riguardante un’analisi dell’inverno 2015/16, che arrivò dopo una fase positiva di El Niño. L’articolo spiega le teleconnessioni e quanto sia difficile riprodurle nei modelli, specialmente sull’Europa. La tendenza storica indicherebbe che, negli inverni con El Niño, il Nord Europa tende a essere più freddo, soprattutto fra gennaio e febbraio. Lo stesso articolo sottolinea, tuttavia, come altri fattori possano influenzare il clima in Europa, come il ghiaccio marino, le condizioni oceaniche nell’Atlantico, la presenza di neve al suolo. Inoltre, l'influenza del Pacifico equatoriale sull'Europa dipende da una serie di fattori intermedi, alcuni dei quali non del tutto compresi e tuttora difficili da individuare”.

Che autunno e inverno dobbiamo aspettarci?
Altro che ondate di gelo e neve, dunque: le temperature autunnali e invernali potrebbero essere, invece, sopra la media. Se non è ancora chiaro che stagione sarà nell’area del nord Europa, “l’area del Mediterraneo – Italia, Spagna e anche Europa centro occidentale – resta, per ora, in pienaanomalia positiva – ribadisce l’esperto - Le precipitazioni mostrano segnali di possibilipioggesopra la media nel nord Italia a gennaio e febbraio, sotto media al sud. Questo presuppone, quindi, frequenti passaggi perturbati atlantici. Non possiamo ancora dire con certezza se, nell’ambito di un inverno probabilmente mite e piovoso, qualche incursione fredda porterà importanti e improvvise nevicate anche a bassa quota o in pianura”. Parliamo, appunto, di ‘incursioni fredde’, non di ondate polari eccezionali e prolungate nel tempo.
Scorte di gas dell'Ue al 68% della capacità
Si allontana, per ora, il temuto spettro della “tempesta perfetta”, conseguente alla paventata ondata di gelo: gli stessi siti che hanno diffuso la notizia dell’inverno ‘polare’ avevano prospettato, infatti, il rischio concreto di blackout e interruzioni delle forniture energetiche a seguito delle ondate di freddo. Il livello di attenzione sulle scorte europee, tuttavia, resta elevato: gli impianti di stoccaggio sotterraneo del gas naturale nell'Unione europea risultano pieni, attualmente, per circa il 68% della capacità. Parliamo di un livello inferiore di circa 16 punti percentuali rispetto alla media stagionale degli ultimi cinque anni. Mentre la stagione estiva di riempimento delle riserve si avvicina alla conclusione, i dati indicano una disponibilità di gas immagazzinato inferiore al consueto.
Le società energetiche europee devono sostenere, infatti, costi più elevati per ricostituire le riserve, mentre le interruzioni del traffico marittimo attraverso lo stretto di Hormuz hanno limitato le forniture di Gnl (gas naturale liquefatto) provenienti dal Golfo Persico. La combinazione di scorte ridotte e minori flussi di Gnl alimenta le preoccupazioni sulla disponibilità di gas in vista della stagione invernale e, dunque, la volatilità deiprezzi: il contratto Ttf olandese con consegna nel mese successivo, riferimento per il mercato europeo, è salito del 2,7%, a circa 82 euro per megawattora (MWh). Secondo la Bce, i rincari del gas potrebbero trasferirsi alle bollette elettriche delle famiglie e ai costi della produzione agricola, compresi quelli dei fertilizzanti, innescando la risalita dell’inflazione complessiva nell’Eurozona.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 23 settembre 2026, 15:59









