Il completo della prima comunione di Giorgio Armani ispira la nuova collezione della maison: dalla foto del 1942 alla sfilata
Fashion week, nell’ultimo giorno di sfilate Milano si raccoglie attorno al nome di Giorgio Armani. La nipote Silvana: “Per lui il cotone faceva povero, io lo adoro e l’ho messo. Lui mi ha insegnato la serietà e la perfezione”

Milano, 27 settembre 2026 – L’ultimo giorno delle sfilate, Milano si raccoglie intorno al nome di Giorgio Armani. Una parte della sua storia è cucita lì: nel rapporto fra una spalla e il mondo, fra la libertà di una donna e la giacca che l’accompagna. Oggi quel nome tiene insieme la memoria di una persona e il destino di un’impresa. La parola eredità ritrova tutto il suo peso, affettivo e industriale.
A margine della sfilata, l’amministratore delegato Giuseppe Marsocci apre alla possibilità che il 15% del gruppo, destinato alla vendita secondo le volontà di Giorgio, venga acquisito da più partner. “Non c’è scritto sulla pietra che deve essere uno”, spiega: “Armani ha dato delle indicazioni sui partner possibili”. Il testamento dispone la cessione entro diciotto mesi dalla morte, indicando LVMH, L’Oréal, EssilorLuxottica o altri gruppi dello stesso livello. Per ora è un’apertura sulle modalità dell’operazione. L’identità e il numero degli acquirenti rimangono da definire.
“Leggendo il testamento”, spiega l'ad del gruppo, nominato lo scorso ottobre “c'è scritto player di quel livello, cioè devono essere tendenzialmente partner che già lavorano con noi, e aziende di un certo peso. L'unica cosa che possiamo confermare è quello che effettivamente c'è scritto sul testamento, e che noi rispettiamo, questo senza dubbio”.

Alla domanda se sia considerata vincolante la tempistica stabilita da Giorgio Armani nel suo testamento, Marsocci ha risposto che lo è. Quanto alla nomina di Dario Vitale come direttore creativo di Emporio Armani e responsabile degli accessori del gruppo, Marsocci ha spiegato che “ovviamente lavoreremo assieme, poi da qui al futuro non si sa mai, però è abbastanza chiaro il percorso che stiamo facendo. Quando dicevamo continuità, ma non stando fermi, mi sembra abbastanza evidente”.
La questione attraversa inevitabilmente anche gli abiti: per decenni, la riconoscibilità di Armani è dipesa dall’autorità di un gusto personale, dalla capacità di un uomo di decidere fino all’ultima sfumatura. Trasmettere quell’autonomia significa affidarla ad altre mani, accettando che prendano decisioni proprie. Silvana lavora esattamente in questo spazio. Riceve un’eredità e le dà un seguito personale.
Fra i riferimenti riaffiora il completo della prima comunione dello zio, ripreso da una fotografia. Prima della firma, un bambino vestito per un giorno importante. Mentre si discute di percentuali e possibili soci, quell’immagine riporta l’impresa alla sua origine umana: qualcuno che ancora ignorava quanto lontano sarebbe arrivato il proprio nome.
La memoria di famiglia diventa una proporzione da riprendere, un taglio da interrogare. Entra nel lavoro.Poi arriva il cotone. Una stoffa quotidiana dentro una conversazione sull’eredità. Silvana ricorda le riserve di Giorgio e racconta la scelta fatta per questa collezione: “Ho messo per la prima volta il cotone”. Poi aggiunge: “Io adoro il cotone e l’ho messo”.
La frase ha la semplicità delle confidenze. Chi ha amato una persona autorevole conosce quel dialogo che continua nella sua assenza: l’obiezione anticipata, il desiderio di mostrarle ciò che abbiamo fatto, l’attesa assurda e tenace di una risposta. Silvana risponde intanto a sé stessa. Sceglie una stoffa che ama. Le giacche si allungano, il taglio maschile acquista fluidità, le spalle restano nette.
Gli anni Ottanta riaffiorano nelle geometrie e nei riflessi metallici. Nero, avorio, oro: una tavolozza concentrata, attraversata da bagliori che portano la sera dentro il giorno. Il cotone introduce fra quelle luci la familiarità di un gesto mattutino. Mocassini, sandali alti e boot piatti di neoprene concedono diversi modi di camminare. La donna dispone di sé, del proprio corpo, dell’ora in cui brillare.

Anche l’orologio, davanti al guardaroba, perde qualche prerogativa. Fra i motivi grafici compare la farfalla. La metamorfosi ha qui la misura di una parentela: riconoscersi anche attraverso una differenza. “Lui mi ha insegnato la serietà”, ricorda Silvana. La continuità comincia da questo lavoro quotidiano, dal modo in cui una manica cade e una donna si sente dentro una giacca.
Tra gli ospiti, Elizabeth Debicki, Marisa Abela, Gabriele Muccino e Matilda Lutz. Davanti a loro sfila una storia che tiene insieme una fotografia d’infanzia, una scelta di tessuto e il futuro ancora aperto della società. Giorgio torna bambino; Silvana gli risponde da adulta. Continuare a parlare con chi manca, avendo ancora qualcosa di proprio da dirgli: anche così si tiene in vita una casa. Ma chi entrerà nel capitale saprà proteggere anche questa libertà?
Ultimo aggiornamento: Domenica 27 settembre 2026, 17:17







