Un respiro globale. Memorie azere e toni afro. Aperture oltre i pregiudizi
Le sete di Galib Gassanoff per Institution, la ricerca sul denim di Afa & Levi’s. Il coraggio di Marques’Almeida, l’ispirazione thailandese di Custo Barcelona.

Parigi ha coltivato il mito della capitale aperta al mondo; Milano si è tenuta a lungo una fama provinciale, poco ospitale con designer stranieri e italiani di seconda o terza generazione. Queste sfilate hanno aggiornato l’indirizzario dei pregiudizi. A cominciare da Galib Gassanoff, georgiano di origini azere, formato qui: con Institution firma una delle prove più belle della settimana. “Daş“, pietra in azero, parte dal kelaghayi delle donne azere: un quadrato di seta da un metro e mezzo lavorato dagli artigiani di Basgal. Gassanoff lo mantiene intero e ne ricava abiti e mantelli; le giacche si aprono in cappe, le cuciture affiorano, le schiene respirano. I pantaloni aggiungono pannelli a grembiule, le impunture accompagnano la costruzione. Il taglio ha un rigore scultoreo. Il corpo conserva la sua libertà. Una memoria familiare diventa precisione sartoriale. Galib merita fiducia e spazio.
A questa apertura Michelle Francine Ngonmo dedica un lavoro tenace e prezioso. La sua Afro Fashion Association accompagna talenti afrodiscendenti e di altre minoranze verso formazione, contatti e occasioni professionali. Con Levi’s, “Voices of Denim“ porta a Casa degli Artisti un anno di ricerca e mentorship: trenta creativi, abiti da rimanenze Levi’s, fotografia, musica, una mostra curata da Jordan Anderson. Michelle parla di "accesso, fiducia e opportunità concrete": parole alle quali il progetto dà una durata, un metodo, interlocutori reali. Un anno di lavoro è già una presa di posizione, in un settore che misura spesso la propria attenzione in una serata. Il denim tiene insieme esperienze differenti; Ngonmo offre loro gli strumenti per trovare ascolto e futuro. Sta aiutando Milano ad assomigliare alle persone che la fanno funzionare.
Sulla passerella di Raffaela D’Angelo, Larissa Iapichino porta un’altra storia italiana dalle radici internazionali. Le biografie attraversano frontiere; i vestiti fanno altrettanto. I portoghesi Marta Marques e Paulo Almeida debuttano a Milano con Marques’Almeida, formazione londinese e premio LVMH 2015 in curriculum. Volant sul denim, paillettes dai tagli maschili, strascichi accanto a elementi cargo: un guardaroba per vite interessanti e appuntamenti incompatibili. "Perfezione è una parola irrealistica", scrivono. Un buon principio per vestirsi e sopportarsi.
La giapponese Izumi Ogino, da Anteprima, consulta Lewis Carroll. “Curiouser and Curiouser“ porta Alice fra camicie ampie, gonne a matita e pizzi che affiorano dagli shorts. Volumi ampi e linee affusolate, drappeggi e costruzione si alternano con una leggerezza arguta. L’inglese Paul Andrew risponde dal banco degli artigiani, con una felicità inventiva che merita applausi. Già direttore creativo di Salvatore Ferragamo, sa quanto lavoro serva per dare consistenza a un’intuizione. Per Cuoio di Toscana firma “He(ART)“, presentata da Antonioli: The Fettuccine intreccia sottili fasce di cuoio in una scarpa costruita a mano, in versione metallica a specchio. Trasformare un’allusione alla pasta in una costruzione tanto raffinata richiede umorismo e padronanza del mestiere. Andrew possiede entrambi.
La sottigliezza delle fasce e il riflesso metallico traducono una materia familiare in un piccolo esercizio di architettura da indossare. "In ogni scarpa c’è un’incredibile quantità di lavoro manuale", racconta. Lo dimostrano i tacchi con pietre color smeraldo, la pump Merlot dai cristalli da disco ball, l’esattezza degli intrecci.
Custo Barcelona porta sete, fibre tecniche e colori saturi; la principessa thailandese Sirivannavari guarda a Jaipur con “Soul of an Empire“: ricami a specchio, drappeggi e tessuti thailandesi, sulle note di Sympathy for the Devil. La corte ascolta i Rolling Stones, il cerimoniale se ne farà una ragione. Al Museo della Scienza e della Tecnologia, Aida Kaumenova, Kamalini e ShakerBaY portano ricami e stratificazioni dal Kazakistan; REVE arriva da San Pietroburgo. SA Marail, Puti Tenk e Aynaeva declinano la modest fashion fra volumi architettonici e abiti da sposa. Il lavoro delle mani ritorna da HUI Milano, di Hui Zhou Zhao, con “The Fan Code“: ventaglio rotondo, sete e saperi delle donne Miao del Guizhou.
A Palazzo Turati una performance fra fili rossi introduce la collezione: ricamo, argento e tessitura diventano un patrimonio da rimettere in movimento. Sfilano anche Laurèl, IDPAN e YINER, riuniti da Shenzhen Futian. Le direzioni si moltiplicano: il giapponese Onitsuka Tiger affida all’italiano Andrea Pompilio sartoria e sport di “Energy Station“; al Fashion Hub di Palazzo Morando si incontrano il progetto cinese In the Fold, Jason Porshe e marchi romeni. Cinque marchi coreani rileggono lo hanbok a Palazzo Isimbardi. Il primo Sozzani Award premia Timisola Shasanya, britannica di origini nigeriane, fra sartoria maschile e memorie migranti; Gassanoff è in giuria. Milano inizia a riconoscersi nelle storie che accoglie.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 settembre 2026, 05:26





