Vogue World, sfilata di stelle: lo show della moda che tiene insieme (o almeno ci prova) lusso e Quarto Oggiaro, sartoria e AI
In Galleria, tra gli altri, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, Renzo Rosso, Donatella Versace, Jennifer Lopez, Naomi Campbell, Monica Bellucci e Hunter Schafer, Dakota Johnson, Pamela Anderson, Heidi Klum e Marco Mengoni, Jason Momoa, Chiara Ferragni, Levante e Stefano Accorsi

Milano, 22 settembre 2026 – La definizione migliore appartiene a Francesca Ragazzi, Head of Editorial Content di Vogue Italia: “Vogue World è un racconto editoriale dalle pagine della rivista che prende vita”. La passerella vi occupa una parte, insieme a musica, luci, danza, cinema, archivio e scenografia urbana.

Dunque, Vogue World funziona come un Met Gala itinerante, con una differenza decisiva: il Met racconta il museo, Vogue World racconta ogni volta una città, distribuendola in streaming come proprietà editoriale globale. È spettacolo, raccolta fondi, red carpet, campagna pubblicitaria, contenuto digitale e dimostrazione di autorità culturale.
Nasce a New York nel 2022 come risposta spettacolare alla Fashion Week depressa dal Covid. Londra nel 2023 ha intrecciato moda e teatro. Parigi nel 2024 ha convocato sport e Olimpiadi. Hollywood nel 2025 ha celebrato il matrimonio fra abiti e cinema. Milano ospita la quinta edizione, la prima italiana.

Le edizioni britannica, francese, spagnola, araba e di Hong Kong insistono tutte sul medesimo triangolo: artigianato italiano, intelligenza artificiale, beneficenza. Gran parte di questa copertura deriva dal medesimo materiale Condé Nast, tradotto e adattato. L’impressione di un coro mondiale contiene quindi parecchia regia centrale, come a Sanremo quando il pubblico canta perché il gobbo elettronico conosce già il ritornello. Milano, questa sera, ha chiuso la Galleria Vittorio Emanuele II e la ha accesa come uno studio televisivo globale. Convoca cinquecento ospiti, inaugura la Fashion Week e manda tutto in streaming planetario. La città quotidiana guarda quella spettacolare come una limousine: con curiosità e il sospetto che dentro si divertano più di noi.
Il merito va riconosciuto. Anna Wintour, Francesca Ragazzi, Amanda Harlech, Juan Costa Paz, Judith Clark e Marco Balich consegnano a Milano una scena che la sottrae alla fama di capitale operosa e introversa. Dopo New York, Londra, Parigi e Hollywood, l’approdo certifica una Milano cosmopolita, capace di far convivere industria, opera, turismo, moda e filantropia. Si contano 203 appuntamenti nella Fashion Week e 141 mila visitatori attesi. È la città che produce, vende e mette in scena sé stessa, con l’efficienza di una fabbrica e l’autostima di una diva.

In Galleria arrivano Domenico Dolce e Stefano Gabbana, Renzo Rosso, Remo Ruffini, Elisabetta Franchi, Donatella Versace, Alessandro Michele, Pierpaolo Piccioli, Maria Grazia Chiuri e molti altri. La pagina del red carpet, aggiornata durante la serata, registra fra gli altri Jennifer Lopez, Naomi Campbell, Monica Bellucci, Hunter Schafer, Dakota Johnson, Taraji P. Henson, Pamela Anderson, Heidi Klum e Marco Mengoni, Jason Momoa, Chiara Ferragni, Anna Dello Russo, Levante e Stefano Accorsi.
L’immagine corale ha un valore politico: mentre il lusso rallenta, il sistema italiano si presenta unito al pubblico mondiale. Il titolo, Where The Future Is Made By The Hand, possiede l’inglese solenne dei manifesti internazionali e un’idea pertinente: interrogare la sopravvivenza del gesto umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale. I cinque atti formano una storia d’Italia. Firenze presta Rinascimento e broccati.
Torino offre fabbrica, lana e sartoria industriale. Roma porta Fellini, Cinecittà e la diva. Milano entra con ricerca e tessuti intelligenti. Il futuro chiude il racconto come una stanza ancora da arredare. Sotto i mosaici delle antiche capitali, la curatrice Judith Clark ha costruito una lettura storica anziché una successione da catalogo. Aprono un modellino del Duomo che ha richiesto 4.500 ore, un globo con 88 costellazioni e un telaio. Seguono 18 artigiani appartenenti a 15 maison italiane, vestiti da Loro Piana. Il Coro dell’Accademia della Scala comprende 103 coristi, con divise Benetton. I quattro direttori indossano Kiton e Genny; sei figure incappucciate portano mantelli Etro. Roberto Bolle interpreta un assolo, coreografato da Laccio, sul rapporto fra corpo e tecnologia. Ragazzi lo descrive come un artista internazionale e insieme milanese quotidiano, uno che si incontra al bar o sui mezzi pubblici. Il dio greco con l’abbonamento Atm.

La presenza di Clark prometteva una storia della moda dotata di pensiero, oltre il medley di marchi. Il materiale annunciato comprendeva archivi, collezioni attuali e abiti concepiti per l’occasione, da Armani a Prada, da Valentino a Gucci, da Versace a Fendi. La verifica decisiva riguarda l’autonomia del racconto rispetto alla gerarchia economica delle maison. Un archivio conserva la memoria, ma la sponsorizzazione coltiva il presente.
Ma la contraddizione più gustosa abita fra tema e finanziatori. Le multinazionali partecipano alla festa. eBay fornisce capi vintage. Nessuna fonte documenta interferenze sul contenuto. Il rapporto merita una domanda, insieme ai ringraziamenti e alle tartine. I sei film di Bardia Zeinali con Vittoria Ceretti affrontano il tema con humour surreale. La modella diventa Vittoria.ai, androide ispirata a S1m0ne ed Ex Machina.
Frederick Hornof, autore con Alex Hunter degli effetti visivi, ha trovato la frase perfetta: “Dirigere con l’intelligenza artificiale è come dirigere un attore che ha visto tutto, ma non ha vissuto nulla”. La macchina possiede un'enciclopedia, ma le manca la biografia. Rimangono domande terrene: quali competenze acquistano valore, quali vengono espulse, chi firma e chi viene pagato?

Poi c’è Quarto Oggiaro. Vogue ha promesso almeno due milioni di euro per riqualificare la biblioteca e farne un centro dedicato a moda, musica, arte e giovani. Il centro monumentale produce immagini, la periferia riceve spazi e risorse. Il beneficiario è preciso; il costo complessivo della serata rimane opaco, anche se l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi formula bene il patto: “La vita culturale di una città deve raggiungere i quartieri dove si svolge la vita quotidiana”.
Qui si trova il racconto sociologico più interessante. Il lusso occupa per una sera il luogo più fotografato della città e converte quella visibilità in un investimento nella periferia. Generosità, risarcimento simbolico e politica urbana convivono sotto la stessa cupola. Rimane infine la memoria.

Nel programma ufficiale pubblicato prima dello show dominano le aziende più solide e gli archivi disponibili. Alcuni nomi decisivi risultano assenti: Walter Albini, Gianfranco Ferré, Krizia, Mila Schön e Franco Moschino. È un’opinione non una notizia verificata né una recensione dello spettacolo ancora da svolgere. La domanda curatoriale, però, è pertinente: quale storia italiana si racconta quando gli archivi coincidono soprattutto con le aziende ancora potenti?
Ultimo aggiornamento: Martedì 22 settembre 2026, 21:52






