Il retroscena sul tetto Eni ai prezzi del carburante: così il governo allontana lo spettro extraprofitti
Palazzo Chigi avrà un mese in più per intervenire sui prezzi. I tagli alle accise, fino ad oggi, sono costati alle casse dell’erario circa 2,8 miliardi di euro

Roma, 26 settembre 2026 – Il tetto deciso dall’Eni sui prezzi di benzina e gasolio è stato al centro di una fitta serie di contatti fra la premier Giorgia Meloni e l’amministratore delegato del colosso pubblico dell’energia, Claudio Descalzi. Del resto, fra i due i rapporti sono sempre stati ottimi, fin dalla nascita del governo di centrodestra che, non a caso, gli ha riconfermato la fiducia. Ma a partire da agosto, quando l’impennata dei prezzi dei carburanti si era fatta sempre più pesante, i contatti fra il manager e Palazzo Chigi si sono intensificati, alla ricerca di soluzioni condivise.
La mossa di Eni
Per questo la mossa dell’Eni era ampiamente attesa. Se non concordata, anche nel timing: alla vigilia della riduzione del taglio delle accise, che avrebbe portato a un nuovo salasso per le tasche degli automobilisti. E, in questa direzione, il governo aveva non a caso deciso lo stop al bollo auto per le vetture medio-basse. Ora, però, la strategia fa un salto di qualità e dà al governo almeno un altro mese di tempo per valutare la situazione senza dover rincorrere i prezzi della benzina a colpi di tagli alle accise. Interventi che, fino ad oggi, sono costati alle casse dell’erario circa 2,8 miliardi di euro e che non erano piaciuti neanche a Bruxelles.

Tassazione extraprofitti più lontana
Ma c’è di più: perché l’autoriduzione dei prezzi nella rete dell’Eni allontana dall’orizzonte il fantasma della tassazione degli extraprofitti. Un’ipotesi effettivamente sul tavolo dopo che Bruxelles, pur avendo scartato la proposta, avanzata non solo dall’Italia, di una "tassa" europea, aveva lasciato ai singoli Paesi libertà di manovra. Un’ipotesi che, per un colosso come quello guidato da Descalzi, fortemente impegnato sui mercati internazionali, avrebbe avuto un effetto forse addirittura più pesante del "contributo di solidarietà" deciso ieri. Ma l’operazione ha anche un peso politico non indifferente e rappresenta un triplo assist per Meloni.
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La soluzione politica
In primo luogo, offre alla premier una soluzione politica, sgombrando dal tavolo della maggioranza una mina che rischia di esplodere proprio alla vigilia della legge di Bilancio. La Lega aveva spinto per chiedere alle compagnie un contributo con cui finanziare gli interventi contro il caro benzina. Un tema che era diventato un vero e proprio cavallo di battaglia per il leader del Carroccio, Matteo Salvini, alla ricerca di una complessa operazione di rimonta per recuperare i consensi perduti e fare fronte alle pressioni interne al partito. Dall’altra parte, Forza Italia aveva invece alzato un muro. Antonio Tajani aveva definito l’ipotesi una misura "da Urss", indicando come strada alternativa proprio un accordo con le imprese del settore.

I vantaggi
Ma per Palazzo Chigi ci sono almeno altri due vantaggi concreti. Il primo è quello di dare un segnale immediatamente percepibile a famiglie e imprese senza aprire un’altra voragine nelle coperture della manovra, dopo la brutta tegola della mancata uscita dalla procedura di infrazione. In più, consente alla premier di ribattere colpo su colpo alle stoccate arrivate dall’opposizione, che aveva più volte battuto sul tasto del caro carburanti per mettere in difficoltà l’esecutivo.
La partita, ovviamente, è tutt’altro che chiusa. Con il price cap dell’Eni, Meloni ha incassato almeno un mese di tregua sul fronte dei carburanti. Ora, con la prossima manovra, dovrà cercare di trasformare l’emergenza in una politica energetica in grado di incidere stabilmente sui prezzi. Ma, per questo, ci sarà tempo.
Ultimo aggiornamento: Sabato 26 settembre 2026, 16:54









