Giornata mondiale dell’Alzheimer, il neurologo fa il punto: dalla diagnosi precoce alla medicina personalizzata
Giuseppe Di Fede (Istituto Besta): la ricerca, il ruolo dei biomarcatori e le prospettive future nella cura della malattia. Ecco cosa c’è da sapere

Dalla diagnosi sempre più precoce attraverso biomarcatori innovativi alle nuove frontiere della ricerca sui meccanismi biologici della malattia, fino alla necessità di costruire percorsi di cura capaci di accompagnare pazienti e caregiver nel tempo. In occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer del 21 settembre, il Ministero della Salute presenta il nuovo Piano Nazionale Demenze.
Ricordare l’Alzheimer è un modo per conoscere meglio la malattia, sostenere i pazienti e le loro famiglie. Ne parliamo con il neutologo Giuseppe Di Fede, direttore della Neurologia 8 - Demenze e patologie degenerative del sistema nervoso centrale – alla Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta. Al centro del confronto i profondi cambiamenti che stanno trasformando il modo di comprendere la malattia di Alzheimer.
Oggi qual è il cambiamento più importante nella ricerca sull’Alzheimer?
“Stiamo assistendo a un vero cambio di paradigma. Siamo passati da una fase in cui la diagnosi della malattia di Alzheimer era basata su criteri quasi esclusivamente clinici, ad una diagnosi “clinico-biologica”. Fino a pochi anni fa l’Alzheimer veniva identificato soprattutto quando i sintomi erano già evidenti; oggi possiamo riconoscere i processi biologici della malattia più precocemente, perché disponiamo di biomarcatori sempre più precisi e meno invasivi. Ma stiamo comprendendo anche un altro aspetto importante: l’Alzheimer non è necessariamente uguale in tutti i pazienti. Dietro una diagnosi apparentemente simile possono esserci caratteristiche biologiche e molecolari differenti. La sfida è quindi arrivare non solo a una diagnosi più precoce, ma anche più precisa, che ci dica quale tipo di malattia abbiamo di fronte. È il presupposto per una medicina sempre più personalizzata. Questo cambiamento di prospettiva non significa che abbiamo sconfitto la malattia di Alzheimer, ma che possiamo studiarla e affrontarla in fasi più precoci, quando il danno cerebrale è più limitato. La grande sfida ora è da un lato trasformare questi progressi della ricerca in strumenti realmente accessibili nella pratica clinica, dall’altro implementare nella pratica clinica trattamenti più efficaci di quelli finora disponibili nel contrastare la malattia”.

Si parla sempre più di diagnosi precoce. Quanto prima, oggi, possiamo riconoscere l’Alzheimer rispetto a qualche anno fa, senza però trasformare ogni dimenticanza in un campanello d’allarme?
“Oggi sappiamo che i processi biologici dell’Alzheimer possono iniziare molti anni prima della demenza. Questo però non significa che qualunque difficoltà di memoria sia un segnale di tale malattia. Non tutti i disturbi di memoria sono un segno di Alzheimer e non tutte le forme di Alzheimer iniziano con un disturbo di memoria. Dimenticare occasionalmente un nome o dove abbiamo messo le chiavi può accadere a tutti, soprattutto con l’avanzare dell’età".
Quando è il caso si andare dal medico?
“È importante rivolgersi al medico quando le difficoltà sono persistenti, tendono a peggiorare e interferiscono con attività che prima venivano svolte normalmente. Rispetto al passato abbiamo strumenti molto più accurati: alla valutazione clinica e neuropsicologica possiamo affiancare biomarcatori nel liquor, esami neuroradiologici più accurati e, più recentemente, biomarcatori misurabili nel sangue. E’ importante sottolineare che è illusorio e pericolosamente fuorviante pensare che si possa diagnosticare la malattia mediante un unico test e che la diagnosi di Alzheimer richiede l’integrazione della valutazione clinica con esami specialistici (valutazione cognitiva, risonanza magnetica, PET, analisi dei biomarcatori nei fluidi biologici) affidata ad un medico esperto di disordini cognitivi”.
Al Besta state studiando i microRNA come possibili marcatori della malattia. Che cosa sono, spiegato in parole semplici, e quale potrebbe essere il vantaggio concreto per il paziente?
“I microRNA sono piccolissime molecole che regolano l’attività dei nostri geni. Possiamo immaginarli come dei regolatori che dicono alla cellula quali informazioni genetiche utilizzare e quali eventualmente escludere in un determinato scenario, come ad esempio di fronte all’insorgenza di una malattia. In diverse malattie neurodegenerative il loro profilo può modificarsi e l’obiettivo della ricerca è capire se alcune di queste variazioni possano costituire una sorta di ‘firma molecolare’ più o meno specifica per le diverse forme di demenza, inclusa la malattia di Alzheimer. Il vantaggio, in prospettiva, sarebbe poter disporre di nuovi biomarcatori rilevabili con metodiche poco invasive, potenzialmente anche attraverso un prelievo di sangue. Potrebbero aiutarci non soltanto nella diagnosi, ma anche a distinguere meglio le diverse forme della malattia, a seguirne l’evoluzione e/o monitorarne la risposta ai farmaci. È una prospettiva molto interessante, ma siamo ancora nella fase di ricerca e questi marcatori devono essere validati prima di poter entrare nella pratica clinica.
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Sta per partire anche un progetto dedicato a lisosomi ed epigenetica. Sono termini lontani dalla vita quotidiana: che ruolo potrebbero avere nell’Alzheimer e perché comprenderli potrebbe aprire nuove strade?
“I lisosomi sono, in un certo senso, il sistema di pulizia e riciclo delle cellule: eliminano proteine e altre sostanze che non servono più, che tendono ad accumularsi nel cervello come avviene in molte patologie neurodegenerative, e ad esercitare effetti tossici sulle cellule con cui entrano in contatto, in particolare i neuroni. Se il sistema di smaltimento perde efficienza, possono accumularsi aggregati di proteine anomale (beta-amiloide e tau) responsabili della malattia di Alzheimer”.
L'epigenetica invece?
“L’epigenetica riguarda invece il modo in cui le cellule utilizzano le informazioni contenute nel DNA. Possiamo immaginare il nostro patrimonio genetico come un grande libro di istruzioni: la sequenza del DNA rappresenta il testo, che rimane sostanzialmente lo stesso, mentre i meccanismi epigenetici contribuiscono a stabilire quali pagine leggere, quali lasciare chiuse e quanto intensamente utilizzare determinate istruzioni. Questi meccanismi possono modificarsi nel corso della vita e risentire dell’invecchiamento e di fattori ambientali. Lo studio vorrebbe capire se alterazioni epigenetiche possano influenzare anche il funzionamento dei lisosomi e quindi la capacità dei neuroni di eliminare sostanze dannose. Studiare l’interazione fra questi processi può aiutarci a capire perché alcuni neuroni diventino vulnerabili e perché la malattia evolva diversamente da persona a persona, dando vita a quadri clinici differenti della stessa malattia. La prospettiva più interessante è individuare meccanismi sui quali intervenire: il progetto potrebbe dunque non soltanto identificare nuovi marcatori, ma anche nuovi potenziali bersagli terapeutici”.
Se potesse indicare tre priorità concrete per i prossimi anni, quali sceglierebbe?
“La prima, secondo il mio punto di vista, è garantire una diagnosi tempestiva e accurata in modo omogeneo sul territorio nazionale. Le nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche richiedono centri preparati e percorsi accessibili, senza differenze troppo marcate tra una Regione e l’altra. La seconda è la continuità assistenziale: dopo la diagnosi paziente e famiglia devono avere un percorso chiaro e sapere a chi rivolgersi nelle diverse fasi della malattia. La terza riguarda la prevenzione, che va ulteriormente incentivata e implementata nel tessuto sociale del nostro Paese. A queste priorità ne aggiungerei una trasversale: continuare a investire nella ricerca e fare in modo che le innovazioni scientifiche possano tradursi in benefici concreti e accessibili per i pazienti”.
La malattia di Alzheimer non riguarda mai soltanto il paziente: spesso modifica completamente la vita di coniuge, figli e caregiver. Ci sono soluzioni organizzative e pratiche per evitare che restino soli nella gestione quotidiana della malattia?
“La presa in carico non può riguardare soltanto il paziente, perché l’Alzheimer cambia profondamente anche la vita della famiglia. Il caregiver si trova spesso a gestire contemporaneamente problemi sanitari, assistenziali, organizzativi e psicologici, che sono anche diversi a seconda della fase della malattia, con un carico che di solito aumenta con il progredire della stessa. Serve quindi una rete che accompagni paziente e famiglia nel tempo, mettendo in comunicazione centri specialistici, medicina generale, servizi territoriali e sociali. Assistenza domiciliare, centri diurni, formazione dei caregiver, sostegno psicologico e servizi di sollievo non sono elementi secondari. Dunque è importante per quanto detto finora intercettare la malattia in fase precoce ma è altrettanto importante potenziare il supporto e l’assistenza nella cosiddetta fase post-diagnostica. La continuità della presa in carico deve diventare parte integrante della cura. Al momento la presa in carico è ancora incompleta e disomogenea e richiede un’attenzione particolare da parte del SSN e dei SSR”.
Come intende la ricerca scientifica nell'ambito di questa patologia?
“Il concetto di Ricerca Scientifica è da intendere in senso ampio. Ricerca è anche sperimentazione di nuovi modelli organizzativi. A questo proposito l’Istituto Besta è da diversi anni centro coordinatore di un progetto condiviso con Regione Lombardia, finanziato dal Fondo Demenze, e finalizzato alla esplorazione di nuovi modelli organizzativi, basati anche su strumenti di telemedicina, per favorire l’interazione tra i Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD), i MMG e i servizi territoriali dedicati alla presa in carico e all’assistenza di persone affette da disfunzioni cognitive”.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 21 settembre 2026, 12:57



