Guccini, la geografia dell’anima: da Pavana a via Paolo Fabbri 43
Da Pavana a via Paolo Fabbri 43 e ritorno: i posti vissuti e cantati. Sull’Appennino fra Pistoia e Bologna continuano quotidiani, laici, pellegrinaggi, là dove oggi il Maestrone riposa. E da Vito, in Cirenaica, il tempo sembra essersi fermato

La fine è il mio inizio, diceva Tiziano Terzani dalla sua casa di Orsigna, a mezz’ora di curve da Pavana. E più o meno lo stesso tempo serve per superare Porretta e arrivare a Pianaccio, da Enzo Biagi. Tre uomini legati in qualche modo a questo Appennino che sfuma fra la Toscana e l’Emilia. Tutti andati più o meno lontano. Tutti tornati, o approdati sul finire. La fine è l’inizio a Pavana, dove Francesco Guccini riposa, nel piccolo cimitero affacciato sui boschi. Volteggiano farfalle fra le lapidi in questo autunno troppo caldo, arrossiscono i castagni. Il Maestrone, che nel borgo ha vissuto da bambino, che il borgo ha cantato in Radici e nel borgo è tornato a vivere nell’ultima parte del suo viaggio, è ora vicino al padre Ferruccio e alla madre Ester.
Sono passati due mesi dalla sua scomparsa, ma non si interrompono quotidiani, laici, pellegrinaggi. C’è chi ha lasciato un plettro, chi un accendino, chi dei fiori. "Tenuto per mano sei andato incontro alla sera", scrive qualcuno. "Grazie", si legge su un sasso. Basta scendere in paese, poche centinaia di anime, per sapere ancora una volta di più che l’onda di affetto dei primi di agosto non si smorzerà facilmente. "Almeno ogni giorno passa qualcuno, prendono un caffè, vanno verso il cimitero, fanno una foto al murale", commentano al bar Sambuchino, dove una parete ospita il grande lavoro di TvBoy ispirato al ’Quarto stato’, che campeggia sulla copertina di Note di viaggio 2. Nell’ultimo fine settimana c’è stato anche uno dei raduni periodici di fan: circa 170 persone da tutta Italia. Scendendo fra le case, si arriva sulla Porrettana. E allora quel cancello verde è lì, soglia dell’universo privato del Maestrone, quella casa in cui Guccini ha trascorso tanti anni con la moglie Raffaella, e dove capitava che accogliesse chi passava a salutare un po’ l’artista e un po’ l’uomo. In paese vivono anche i cugini, Silvano e Maria Rosa. "Siamo quelli del mulino – dice lei –. Francesco ci manca. Sto rileggendo i suoi libri e i testi delle sue canzoni sotto una luce nuova. Rivedo il nostro fiume e il nostro mulino con occhi diversi. Mi sembra di capirlo di più".
Ma ci sono altri luoghi di questa geografia sentimentale. Poco più giù, c’è la Caciosteria Due Punti, in cui si affacenda Mimmo. Oste, ma soprattutto amico del Maestrone. "L’ultima volta che l’ho visto? – racconta –. Un paio di giorni prima che se ne andasse gli avevo portato a casa qualcosa da mangiare, era stanco. Le celebrazioni, le manifestazioni, anche se in buona fede, andrebbero fatte più avanti. Ci sono persone che hanno perso un marito, un padre. È come rinverdire il dolore". Mimmo e Guccini parlavano di tutto. "Del tempo, del calcio – io tifo Inter, lui Juve – . Io poi sono appassionato di tennis e Francesco mi chiedeva: allora, come va il rossino? Intendeva Sinner, ovviamente. Francesco era un mondo. Era sempre molto informato su tutto, era bellissimo averlo accanto, essere suo amico. Ora mi manca la voce, la risata silenziosa, l’ironia fuori dal comune".
Francesco era un mondo. Prima del ritorno a Pavana erano diversi i confini. Modena prima, Bologna poi. C’era stata l’America, altri viaggi, ma certamente la Cirenaica e l’Osteria delle Dame, da lui fondata, erano perno di quel mondo cantato in tanti brani. Via Paolo Fabbri 43 non è solo un album, uscito proprio cinquant’anni fa. Via Paolo Fabbri 43 è l’indirizzo di casa sotto la quale centinaia di persone si sono ritrovate per cantare insieme e sentirsi meno sole, quella sera del 6 agosto. È la casa che in molti vorrebbero diventasse un museo, a pochi passi da Vito, lì dal 1948, con la sua rassicurante insegna un po’ scassata. Dentro, fra tende verdi, tavolini che portano ancora i segni delle sigarette – capitolo della personale mitologia di ogni bolognese e rito di iniziazione di ogni studente fuori sede –, il tempo sembra sospeso. Qui dove Guccini è diventato il Maestrone, fra la Compagnia dei Patalucchi, dove mangiava l’angolo delle lasagne, dove si giocava a carte fino a tardi, fra le foto e i cimeli, scorre una Bologna di artisti, giganti e amici, che non esiste più. Anche perché, dicono nel locale, "ormai dopo le dieci di sera non entra più nessuno". E allora ci si allontana con un po’ di malinconia fra le mani, lungo le strade della Cirenaica. Ma "attenzione – diceva Francesco in un’intervista degli anni Ottanta – che la malinconia non è pessimismo: è solo il gusto di tornare a rivivere certi momenti, a ripensare certe esperienze".
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 16:49





