L’amico Matteo Zuppi: "Servono giganti con il cuore grande"
A dicembre 2015, secondo giorno a Bologna, l’allora vescovo Matteo Maria Zuppi aveva un pensiero fisso in testa: "Volevo conoscerlo"....

A dicembre 2015, secondo giorno a Bologna, l’allora vescovo Matteo Maria Zuppi aveva un pensiero fisso in testa: "Volevo conoscerlo". Conoscere chi? "Francesco Guccini. Ero indeciso se inserire anche una sua citazione nel mio saluto alla città. La mia canzone preferita è ‘Il pensionato’". Quella citazione non entrò nel testo, ma seguì molto altro: un’amicizia nata in età adulta, come raramente accade. Una storia fatta di tenerezza (pardon, teneressa per dirla alla Zuppi), come raramente accade. Una fusione di lessico famigliare –il Maestrone e il cardinale – come raramente accade.
Una storia fatta di viaggi, come si addice alle grandi amicizie costruite su grandi piccole avventure: quello più memorabile ad Auschwitz, dove Guccini non era mai stato e dove finì proprio con Zuppi ad ascoltare le parole dei bambini travolte dal vento, dalla follia nazista. Andata e ritorno (al cinema Kursaal di Porretta Terme, nell’appennino bolognese) con tappa intermedia all’ospedale di Oswiecim, perché Guccini inciampò su una mattonella sconnessa: "Abbiamo scoperto che esiste la banalità del male, certo, ma esiste anche la banalità del bene, come l’esempio del coraggio di Perlasca, che ha salvato dalla morte centinaia di ebrei e la forza dimostrata da tutti coloro che hanno liberato il mondo dalla tirannia del nazismo".
I viaggi. certo. E l’ultimo viaggio, quello a Pavana. Ora, due mesi dopo le cantate in Paolo Fabbri e l’ondata di commozione e l’infinito amore, Matteo Zuppi riprende parole e cuore: "Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo, ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica". C’è una frase che torna e Zuppi non può non ricordarla: ‘Io non sono quando non ci sei’. "E’ la migliore definizione di Dio, perché Dio si capisce solo nell’amore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa".
Francesco Guccini "è morto lo stesso giorno di Paolo VI", ricorda Zuppi, non a caso lo stesso Papa che ascoltò ‘Dio è morto’ e che, a differenza della Rai che non trasmise mai il brano tacciato di blasfemia, ne comprese invece così profondamente il testo e il messaggio di speranza da lasciare che venisse riprodotto su Radio Vaticana. Ecco quindi che i fan di Guccini e dei Nomadi potevano sentire quel miracolo tra un rosario e un Ave Maria ed ecco quindi che anche oggi Guccini è un simbolo di mondi, generazioni, fedi. "Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione", si rivolge, ancora una volta, il cardinale all’amico maestrone.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 07:01





