“Guccini, il mio Francesco”: il ricordo di Leo Turrini
La battuta ai tifosi del Modena, il sostegno a Pierangelo Bertoli e la capacità di farsi ascoltare: il ritratto di un uomo oltre la musica

Su Francesco Guccini e di Francesco Guccini tantissimo è stato detto e raccontato, in coincidenza con la sua dolorosa scomparsa. Giustamente, ci mancherebbe: il personaggio, per usare una frase fatta, appartiene alla migliore cultura nazionale popolare e il patrimonio della sua creatività non andrà disperso.
Proprio perché la vita del Maestrone è stata esplorata in ogni dettaglio, come si conviene nei confronti di chi ha contribuito alla storia emotiva di un Paese intero, ecco, forse rimane spazio soltanto per qualche frammento, per qualche ritaglio innocente di cronaca magari meritevole di essere sottratto all’oblio.
Avevo da poco smesso di essere un ragazzo quando, per puro caso, in compagnia di coetanei tifosissimi del Modena Calcio, insomma, sì, mi capitò di imbattermi nel poeta della Locomotiva. Eravamo all’alba dei coloratissimi anni ’80. Uno dei presenti ebbe l’ardire di rivolgersi a Guccini dicendogli: "Eh, maestro, questo nostro Modena non smette di farci soffrire!". Al che Francesco, con un mezzo sorriso replicò: "Veramente mi dispiace per voi, ma io sono un sostenitore della Pistoiese…". A ripensarci, quella innocente battuta forse conteneva anche la conferma del disagio che l’artista non ha mai nascosto nei confronti della città della Ghirlandina, che pure gli diede i natali. Una storia abbondantemente sviscerata dai suoi biografi. Non per niente Guccini, prima di ritirarsi a Pavana, appunto non distante da Pistoia, aveva scelto Bologna come luogo dell’anima. E dunque, ben si comprende la sua assoluta indifferenza per le sorti dei canarini del pallone. Quei tifosi non la presero benissimo, ma compresero in fretta che chi ha scritto Dio è morto ha il sacrosanto diritto di infischiarsene delle beghe pallonare.
Ancora. Pochi ne hanno memoria, ma fu Francesco Guccini a fare conoscere alle grandi platee un cantautore che rischiava di non uscire dalla dimensione locale, pur essendo bravissimo. Pierangelo Bertoli era di Sassuolo e sognava di proporre il suo linguaggio crudo ma sincero a un pubblico nazionale. Sto parlando della seconda metà degli anni ’70, un’epoca nella quale fare musica esponeva anche a qualche rischio, perché i contestatori sciocchi facevano di tutta l’erba un fascio, immaginando una rivoluzione che non ci sarebbe mai stata. Ebbene, Guccini volle Bertoli, un disabile, ad aprire i suoi concerti, regalandogli sprazzi di una notorietà peraltro meritatissima. Non solo. Siccome il repertorio di Angelo era pieno zeppo di brani in dialetto stretto, Francesco gli regalò una raccomandazione. Gli disse: non snaturare te stesso, non avere paura di non essere capito per la lingua che usi, perché quando un messaggio è importante arriva dritto al cuore della gente, passando per le orecchie. Era anche un complimento, mica da poco, venendo da uno che padroneggiava l’italiano con la raffinata abilità dell’artigiano che sa trasformare un verso in poesia pura.
Infine, accetterò il rischio di scivolare nel patetico. Quando ormai aveva smesso di incidere dischi, probabilmente perché sentiva di aver già detto tutto quello che andava detto, Guccini tornò per una serata nel modenese. Era ospite di una compagnia di amici e ci ritrovavamo per una conversazione che era quasi un congedo da chi gli aveva voluto bene anche senza conoscerlo da vicino, semplicemente specchiandosi nella sua narrazione in musica. Chiacchierammo per un’ora e ricordo con tenera commozione il silenzio di tutti gli astanti. Giustamente non erano interessati alle mie domande, ma si identificavano con le risposte che l’uomo, ormai per scelta non più artista, consegnava alla platea. Ecco: Francesco Guccini è stato capace di farsi ascoltare. E non parlo soltanto dei dischi. Ne è valsa la pena, credetemi.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 16:48





