Decide che sarebbe iniziato l’inverno della vita e pensa di fare testamento, lo chiama ‘Addio’. Canta ‘Don Chisciotte’ con Flaco e adotta il tono rock in ‘Ho ancora la forza’, brano scritto da Ligabue con e per lui ‘E un giorno...’ è invece il poeticissimo seguito di ‘Culodritto’, dedica alla figlia Teresa
Se c’è un disco della maturità per uno come Francesco Guccini, che in Quattro stracci descriveva mirabilmente la pazienza e...

Se c’è un disco della maturità per uno come Francesco Guccini, che in Quattro stracci descriveva mirabilmente la pazienza e la costanza che ci vuole "nell’invecchiare senza maturare mai", questo disco è indubbiamente Stagioni. Terzultimo album di inediti della sua carriera, quando uscì, nel 2000, l’artista aveva 60 anni. Decise allora che sarebbe iniziato l’inverno della sua vita, e pensò bene di fare testamento. Si chiama Addio e il suo incipit, noi gucciniani, lo mandiamo a memoria: "Nell’anno ‘99 di nostra vita / io, Francesco Guccini, eterno studente / perché la materia di studio sarebbe infinita / e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada / io, non artista, solo piccolo baccelliere / perché, per colpa d’altri, vada come vada / a volte mi vergogno di fare il mio mestiere / ...io dico addio".
E sbàm, l’opera si potrebbe chiudere qui. Ma per fortuna non accade. Così c’è spazio per un ultimo classico da concerti: Don Chisciotte, scritto e cantato in duo con il suo chitarrista Flaco nei panni di Sancho Panza. E c’è un importante seguito: E un giorno... poeticissimo secondo atto di Culodritto, la canzone dedicata a sua figlia Teresa. Le stagioni sono quelle della vita, inevitabilmente rivolte al passato, tra il ’59 e il ’60. Un vezzo è il brano Ho ancora la forza, scritto per lui e con lui da Ligabue, e fa quasi tenerezza sentire la voce di un giovane vecchio da ballate d’altri tempi adattare il suo tono al rock dei nostri tempi.
Qualche purista ha storto il naso, eppure era anche quel brano il senso di Stagioni: un album circolare, che dagli esordi arriva alla fine per poi ricominciare. Come nel pezzo che dà il titolo all’opera, e che riprende un verso scritto di getto nel 1967, dopo la morte di Che Guevara, per proseguire, finalmente libero dai ’giovanili ciarpami’. C’è spazio per la nostalgia in Inverno ’60: "Le nove di sera, domenica sera d’inverno, fa freddo, c’è nebbia, in fondo alla strada s’è accesa l’insegna ’Blue Garden: si balla’". Siamo tutti ancora lì, anche se non c’eravamo.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 05:41





