Luca Carboni: "Le notti in trattoria, lui era già un mito"
E’ stato il più giovane a essere ammesso nella cerchia un po’ misterica e molto ristretta che si incontrava da...

E’ stato il più giovane a essere ammesso nella cerchia un po’ misterica e molto ristretta che si incontrava da Vito dopo mezzanotte, quando le saracinesche della leggendaria osteria della Cirenaica si abbassavano per i clienti abituali. Così l’esordiente Luca Carboni si trovò nel luogo per eccellenza della ‘scuola’ bolognese della canzone d’autore, insieme a Lucio Dalla, responsabile dell’inizio della sua carriera, e Francesco Guccini, entrambi già molto famosi.
Carboni, cosa ricorda della prima volta che vide Guccini? "L’ho conosciuto dopo il mio incontro con Lucio Dalla e Gli Stadio tra i tavoli di Vito. Così, pur essendo un ragazzino, ho potuto frequentare la trattoria anche dopo l’orario di chiusura. Mi sono trovato all’interno di una dimensione che non avrei mai immaginato. C’è stata la meraviglia per un mondo che si svelava dopo mezzanotte, quando arrivava Francesco da casa sua, in via Paolo Fabbri 43, proprio all’angolo con via Musolesi, dove c’è Vito. Prendeva possesso del suo tavolo entrando a sinistra di fronte alla vetrata e cominciava, con il bottiglione di vino davanti, a sfidare gli avventori nel suo gioco di carte preferito, il tarocchino bolognese, del quale era un maestro. Io non l’ho mai imparato, troppo complesso, con Lucio diventavamo protagonisti solo durante le serate dedicate alla briscola".
Che impressione le fece? "Io ero solo un giovane che sognava di vivere di musica, lui era già il ‘Maestrone’ un mito. Un omone immenso, sempre molto gentile e rispettoso, ma a incuteva comunque soggezione. Io conoscevo a memoria tutte le sue canzoni perché la mia sorella più grande, Grazia, era una fan dei cantautori e a casa ascoltavamo le vecchie cassette dalla durata interminabile, con dentro vari album, da Lucio a De Andrè a Guccini. Ero piccolissimo e passavo i pomeriggi in compagnia dei suoi capolavori, come L’isola non trovata. Mi sono innamorato subito dei suoi testi, della sua poetica. Ricordo poi lo stupore nell’ascoltare Stanze di vita quotidiana e poi Via Paolo Fabbri, 43. Man mano che crescevo scoprivo nuovi significa nei suoi testi. Il primo suo album che ho acquistato io è stato Amerigo".
Il primo approccio con Guccini è stato quello di un fan. "Si, poi l’ho conosciuto meglio e, superando la mia timidezza, abbiamo iniziato, sempre da Vito, a conversare su ogni argomento, dalla musica alla politica. Non potete immaginare la felicità quando, era appena uscito il mio primo album, ebbi i suoi complimenti e quelli del suo storico manager Fantini. In quel periodo, con un gruppo di amici, dovevamo organizzare un concertino benefico alle discoteca Le Cupole a Castel San Pietro. Mi feci coraggio e in un momento di follia, gli chiesi se voleva partecipare per fare due pezzi con me, chitarra e voce. Mi rispose soltanto, ‘Va bene. Che giorno?’. Non me lo sarei mai aspettato. Guccini, già famosissimo e io insieme alle Cupole. Ricevere la sua attenzione in questa maniera è stato uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto nella mia carriera".
Lei si è confrontato anche con dei brani di Guccini, fra cui una versione di ’Canzone delle osterie di fuori porta’, con Samuele Bersani... "Nel 2009 realizzai un album, Musiche ribelli, citazione della Musica ribelle di Eugenio Finardi, che era un omaggio ai cantautori che mi hanno ispirato. Dentro c’era una versione de L’Avvelenata in chiave elettrica. Ero ansioso di sapere cosa ne pensasse il Maestrone che fu lapidario. ‘Bella, ma mi sembra un po’ troppo rock’".
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 06:53





