La denuncia di Valentina Cavallar: “Controllo antidoping a poche ore da un lutto”
Sui propri canali social, l'austriaca del Team SD Worx-Protime si sfoga: “Credo nello sport pulito, ma servono anche umanità, compassione e rispetto”

Roma, 12 ottobre 2026 - La prima bufera stagionale sul ciclismo femminile era arrivata al Tour de France Femmes 2026 in occasione dei controlli (per giunta non effettuati da donne) alle eventuali imbottiture eccessive ai reggiseni per migliore l'aerodinamica nella cronometro, per un trattamento mai riservato agli uomini nonostante qualche 'pancia sospetta' sia stata avvistata in varie prove contro il tempo: un'altra rasoiata la sferra - suo malgrado - Valentina Cavallar, che sui propri social racconta un episodio piuttosto controverso che pone l'accento sulla sfera di privacy dei ciclisti, spesso violata dai controlli antidoping. Una questione di vecchia data, riportata in auge da un episodio che sta già dividendo la platea di addetti ai lavori e semplici appassionati.
La denuncia di Valentina Cavallar
La stagione dell'austriaca si era chiusa anzitempo per gravi motivi familiari: in un secondo momento si è saputo della scomparsa della madre, resa pubblica proprio per raccontare di un controllo antidoping ricevuto nella propri abitazione a poche ore dal lutto. Un episodio increscioso che, per ora, vede raccontato solo un punto di vista, quello di Cavallar: da valutare se chi ha effettuato materialmente il controllo fosse a conoscenza di quanto stava passando la classe 2001, che sulla propria pagina Instagram non nasconde tutto il proprio malcontento. "Ciò che ha reso questa esperienza ancora più difficile è stato il fatto che, poche ore dopo la morte di mia madre, ho dovuto sottopormi a un controllo antidoping a casa, nella stanza accanto a quella in cui giaceva. Comprendo l'importanza di uno sport pulito e ho sempre rispettato la responsabilità che deriva dall'essere un'atleta professionista. Ma in quel momento, chiaramente, non stavo pensando al ciclismo, alla competizione o alle mie responsabilità di atleta. Ero una figlia che aveva appena perso la propria mamma". Comincia così l'invettiva dell'atleta del Team SD Worx-Protime, con un passato nel canottaggio al punto da aver partecipando alle Olimpiadi di Tokyo 2020 proprio in questa disciplina: c'è poi l'ultimo capitolo, non meno importante del primo nella narrazione della vicenda e nell'economia delle conclusioni che ognuno può trarne. "Dover affrontare un controllo antidoping in quelle circostanze mi è sembrato profondamente doloroso, del tutto fuori luogo e irrispettoso nei confronti della mia famiglia. È stato un momento che mi ha fatto riflettere su quanto facilmente si possa dimenticare che dietro ogni atleta c'è un essere umano con una vita, una famiglia ed emozioni che non scompaiono semplicemente quando iniziano le responsabilità dello sport professionistico. Credo nello sport pulito ma - conclude la classe 2001 - credo anche che l'umanità, la compassione e il rispetto non debbano mai essere dimenticati".
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Ultimo aggiornamento: Lunedì 12 ottobre 2026, 20:27