Campioni di compiti, ma asini agli esami: la trappola dell’IA che sta rovinando gli studenti
Un maxi-studio svela il paradosso dell'intelligenza artificiale tra i banchi: fa risparmiare tempo e ottenere risultati migliori nei test a casa, ma chi la usa solo come scorciatoia agli esami crolla con voti peggiori anche del 24%. Ecco chi rischia di più

Roma, 19 agosto 2026. L'intelligenza artificiale ha le gambe corte. Gemini, Claude, DeepSeek e soci dovevano rivoluzionare il modo di insegnare e imparare. Ma un nuovo studio evidenzia che i lati oscuri del modello che potremmo chiamare ScuolaGpt, la scuola nell’era di ChatGpt, non sono da prendere sottogamba. L'Ia, secondo la ricerca, aiuta gli studenti a diventare campioni di compiti a casa, ma li trasforma in asini quando c’è da affrontare un esame in classe, con effetti che si aggravano nel tempo.
Il test
Il team di ricerca, guidato dagli economisti David Strömberg, Victor Lei e Yanhui Wu, ha analizzato 26.811 studenti cinesi dalla prima alla quinta superiore, tra settembre 2022 e giugno 2025. Lo studio ha incrociato tre fonti di dati: i voti dei compiti settimanali e il tempo di completamento, i risultati degli esami mensili in classe e, per un sottocampione, i punteggi degli esami di Stato per l'accesso alle superiori e all’università. Per isolare l'effetto causale dell'IA, i ricercatori hanno sfruttato l'adozione graduale degli strumenti da parte degli studenti, utilizzando un modello statistico che confronta l'evoluzione dei voti di chi ha iniziato a usare questo strumento con quelli di chi non l'ha mai fatto.
I risultati
I dati mostrano una divergenza drammatica tra produttività e apprendimento. Dopo sei mesi dall'adozione, i voti dei compiti a casa degli studenti che usano l'IA aumentano del 18% rispetto alla media di chi non la usa, mentre il tempo per completarli crolla da 64 a 45 minuti (-30%). Un apparente trionfo dell'efficienza, che si trasforma in un disastro negli esami: gli stessi studenti vedono i loro voti mensili crollare del 20%. L'effetto è ancora più insidioso nel lungo periodo. Mentre il danno agli esami mensili si manifesta in soli sei mesi, per gli esami di Stato il declino è più lento ma altrettanto profondo, raggiungendo il picco solo dopo due anni, con una riduzione rispettivamente del 24% (ammissione alle superiori) e del 18% (ammissione all’università). Questo significa che le ricerche sugli effetti dell’Ia effettuate sinora potrebbero sottostimare il costo dell'intelligenza artificiale sull'apprendimento. "Le perdite sono maggiori nelle materie umanistiche, seguite da Stem (matematica, scienze e fisica) e lingue, e sono particolarmente gravi per gli studenti più giovani, quelli con voti più alti e per i maschi", si legge nel rapporto.
I meccanismi
Perché l'IA, che dovrebbe aiutare, in realtà danneggia? Lo studio individua tre meccanismi principali. Primo, l'effetto diretto della pratica. La ricerca in psicologia cognitiva mostra che fare esercizi è una delle tecniche di apprendimento più efficaci, molto più che studiare passivamente. Delegando i compiti all'IA, gli studenti perdono questa opportunità di consolidamento. Secondo, l'accumulo di debito cognitivo. L'IA non solo impedisce di fissare le nozioni apprese, ma mina la capacità di assorbire nuovi concetti. È il fenomeno della "complementarità dinamica" nelle competenze: le abilità si costruiscono l'una sull'altra. Chi non ha interiorizzato le basi della matematica con l'esercizio faticherà a seguire le lezioni successive. Terzo, e più subdolo, l'illusione della competenza. Gli studenti che usano l'IA per i compiti ottengono voti alti e si sentono preparati, ma quando devono affrontare un esame a libro chiuso, senza aiuti esterni, il castello di carte crolla.
La luce in fondo al tunnel
La Cina è un caso estremo di competizione scolastica, ma proprio per questo offre un laboratorio unico. Il sistema educativo cinese è un "trampolino" per l'ascensore sociale, dove l’esame di Stato Gaokao è l'unico determinante per l'ammissione all'università. In questo contesto, ci si aspetterebbe che gli studenti usassero l'IA per studiare meglio. Invece, lo studio rivela che l'81% delega di fatto all’IA tutti gli sforzi, completando i compiti in pochissimo tempo (45 minuti, contro i 64 della media) e ottenendo voti altissimi, ma poi fallisce negli esami in classe. Al contrario, quel 20% di studenti che, pur usando l'IA, mantiene tempi di completamento simili a chi non la usa, (e che quindi utilizzano i modelli linguistici per imparare meglio e non come scorciatoia per fare i compiti) non subisce perdite di apprendimento. Chi usa l'IA per "delegare" il compito, secondo lo studio, perde l'occasione di esercitarsi, con effetti a cascata sulla capacità di assimilare nuovi concetti. Il problema, quindi, non è lo strumento, ma, come quasi sempre, il modo in cui lo si utilizza.
Un trend globale
Il fenomeno non è confinato alla Cina. Lo studio cita ricerche simili: un esperimento su 1.000 studenti turchi ha mostrato che un tutor IA che fornisce risposte dirette migliora i compiti, ma riduce i voti negli esami. La differenza, come sottolineano gli autori, è che gli studi controllati spesso mostrano effetti positivi dell’IA perché usano strumenti progettati ad hoc. Nella realtà, dove gli studenti scelgono da soli gli strumenti, il "tutor" diventa un "factotum" che fa i compiti al posto loro.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 9 ottobre 2026, 20:04





