Resistenza alla povertà, Eurostat e Istat, ecco chi soffre davvero. Fortis (Edison): più dati e meno ideologia
Siamo il paese degli opposti, con alcune regioni del sud nella lista nera dell’Unione europea. Il fattore stranieri e la rete ’eroica’ del welfare familiare. Quando lo sviluppo è a rischio

Roma, 27 ottobre 2025 – Povertà in Italia: la parola scatena la rissa (ideologica). Invece c’è bisogno di “un dibattito meno emotivo e più ancorato ai dati”, raccomanda Marco Fortis, vicepresidente Fondazione Edison.

- La povertà nella Ue e la questione Sud
- Il rischio del sommerso
- I numeri dell’Istat
- Cosa vuol dire povertà assoluta
- Il confronto con Francia e Germania
- Il fattore stranieri
- Il welfare e l’eroismo delle famiglie
- Il fattore salari
- “Il rischio abbassamento delle competenze”
La povertà nella Ue e la questione Sud
Partiamo dall’ultimo rapporto Eurostat. Perché è nel confronto con il resto della Ue che si comprende come stiamo davvero. Ancora Fortis: “Il nostro Paese è in una situazione particolare, il suo dato medio è influenzato dagli opposti. Abbiamo un divario di povertà evidentissimo tra le regioni del Nord e alcune del Mezzogiorno”. Ecco le percentuali chiave: in Calabria, Campania, Sicilia e Puglia il tasso di rischio povertà o esclusione sociale oscilla tra il 48,8% e il 37,7%, comunque sopra la soglia del 33%, considerata critica dall’istituto di statistica Ue. Le prime due regioni svettano tra le più esposte di tutta l’Unione. Agli antipodi con un 6,6% c’è Bolzano, con quella percentuale figura in cima alla lista delle zone più ricche.

Il rischio del sommerso
Vero che, mette in guardia il professore, “dove esistono rischi di sottovalutazione del sommerso, i dati possono diventare più elevati. Ma se si conoscono i territori, questi numeri Eurostat risultano credibili”. E ora si arricchiscono di un nuovo indice, “che per la prima volta viene comparato tra tutti i Paesi, ricavato sulla base di interviste realizzate con criteri omogenei. Da qui risulta che gli italiani hanno una percezione soggettiva della povertà inferiore a quella dei francesi e degli spagnoli”. Conclusione: “Questi indicatori vanno sempre presi con grande delicatezza. Da una parte c’è un rischio, molto forte in Italia, di sottovalutare il sommerso. Dall’altra, quando abbiamo a che fare con risposte a questionari, va usata cautela”.

I numeri dell’Istat
La discussione si è infiammata sull’ultimo report dell’Istat, riferito al 2024. La stima: come nel 2023 poco meno di sei milioni di persone (5,7) sono considerate in povertà assoluta, oltre 1,2 milioni sono minori; l’incidenza supera il 35% nel caso di famiglie straniere, si ridimensiona al 6,2 per quelle italiane.
A questo link dell’Istat i dati sulla povertà in Italia

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Cosa vuol dire povertà assoluta
Ma che cosa si intende per povertà assoluta? Cristiano Gori, ordinario di Politiche sociali a Trento, inventore dell’Alleanza contro la povertà in Italia, la spiega così: “Quell’espressione definisce chi non può garantirsi l’insieme di beni e servizi che consentono di vivere in modo decente. Uno standard è la casa, quanti metri quadri deve avere per un’esistenza decorosa? E qual è la spesa minima di vestiario in un anno? In sintesi, il paniere della povertà assoluta ha due voci principali, abitazione e alimentazione; una terza tiene dentro diverse spese, dagli abiti ai biglietti del tram”.
Il confronto con Francia e Germania
Fortis mette a confronto il nostro paese con Francia e Germania e scopre che “10 anni fa erano sette milioni le persone in Italia che dichiaravano di non poter soddisfare sette o più indicatori di severa deprivazione materiale, adesso siamo scesi a 2,7 milioni. Quindi c’è stato un progresso considerevole”. Invece negli altri due Paesi “questi valori sono addirittura peggiorati”.

Il fattore stranieri
Ancora: “Nelle statistiche Istat, c’è un’indicazione che tuttavia manca di approfondimento: chi sono i poveri assoluti e relativi? Tanti sono stranieri che vivono in Italia. Però non troviamo la serie storica per capire fino a che punto il nostro dato generale sia influenzato dal numero di chi arriva da fuori. Un conto è se lo straniero non riesce a soddisfare i fabbisogni, questo è un dato di fatto nelle banlieue parigine. Ma se invece svolge mansioni che gli italiani non vogliono più fare, come in fonderia, e percepisce un reddito, il guadagno può essere considerato a rischio povertà secondo i canoni italiani ma in base al Paese di provenienza quella persona ha fatto un salto di qualità”.
Il welfare e l’eroismo delle famiglie
Luca Raimondi, direttore di Sussidiario.net fondato 18 anni fa con Giorgio Vittadini ma soprattutto padre di sei figli da 2 a 17 anni, non ha dubbi quando deve cercare una ragione alla nostra maggiore resistenza: “L’Italia regge più di altri Paesi per il welfare familiare. Vuol dire nonni, parenti, amicizie, quartieri. Una rete e una solidarietà che culturalmente non esiste altrove”. Allora la sintesi qual è? “Sofferenza ma anche resistenza. Riusciamo a galleggiare in un sistema complesso e molto faticoso. La politica sostiene il tentativo delle famiglie, che sono eroiche”. Da padre, prima che da ciellino, apprezza “la sensibilità del governo su povertà e famiglia. Il tema oggi non è quante risorse sono state destinate ma che tipo di provvedimenti sono stati messi in piedi. Si è rivista l’Isee per famiglie numerose ed è stato aumentato l’assegno unico”.
Il fattore salari
Per il professor Gori “le migliori politiche contro la povertà sono quelle che puntano sulla prevenzione. Oggi la metà delle famiglie povere ha una persona occupata. Per questo c’è bisogno di salari adeguati”. Un richiamo arrivato anche dal presidente Mattarella.
“Il rischio abbassamento delle competenze”
Ma che cosa significa per un Paese avere quasi sei milioni di persone sotto la soglia minima? “Molti studi, anche della Banca mondiale - evidenzia il prof di Trento - ci dicono che oltre un certo livello di povertà e disuguaglianza, lo sviluppo economico di un paese peggiora. Perché c’è un abbassamento delle competenze tecniche e inevitabilmente un aumento di insoddisfazione e microcriminalità”. Guardando in prospettiva: “Nel 2005 la povertà era al 3,3%. Ma dopo le crisi del 2008 e del 2011 il mondo è cambiato”.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 27 ottobre 2025, 10:50








