“Alberi, animali e qrcode: ecco come si stanno trasformando i cimiteri”
Davide Sisto, tanatologo digitale: “Sempre meno persone vedono il cimitero come la casa del defunto”. E sull’impatto dell’intelligenza artificiale: “Non sono catastrofista ma ci sono anche rischi. ‘Risuscitare’ qualcuno con l’Ia può provocare danni. Il confine tra vita e morte è fondamentale per insegnare ai ragazzi il senso del limite. L’ossessione dell’immortalità ha effetti devastanti, soprattutto in politica”

Roma, 27 settembre 2026 – Che cos’è un tanatologo digitale?
“Uno studioso che si occupa del rapporto tra le tecnologie digitali e la morte, il lutto, la memoria e il desiderio un po’ assurdo dell’immortalità. Quindi si cerca di fare educazione a partire da questo. Sono un filosofo di formazione poi mi sono specializzato e tengo corsi nelle scuole e negli ospedali. Parlo a chi si occupa di cure palliative e a tutte quelle figure professionali che in qualche modo sono coinvolte nelle questioni del fine vita”.
I titoli dei libri di Davide Sisto raccontano già molto di lui: ‘Come Vivere per sempre. L’Aldilà ai tempi di ChatGpt’ o ‘La morte si fa social’.
Noi lasciamo molte impronte digitali sul web. Alla fine diventano resti immortali?
“Sì e no. Certamente sì perché è la prima volta che gli esseri umani hanno modo di registrare così tanti dati biografici, tante tracce della propria vita in un luogo che va al di là della morte biologica. Questo è un aspetto terrificante e affascinante al tempo stesso. Negli anni abbiamo accumulato davvero tanti dati nei nostri profili social, che ci sopravvivono. Ma basta un’obsolescenza o un’evoluzione tecnologica e tutto può scomparire”.
In altre parole, l’unico modo per renderci mortali dal punto di vista digitale è un incidente tecnologico?
“Esattamente. E questo tra l’altro è un grande problema per il futuro, perché noi ormai conserviamo buona parte delle nostre tracce in formato digitale. Se capita qualcosa e perdiamo immagini fotografiche o video, rischiamo paradossalmente di avere molti meno documenti rispetto ai nostri antenati che stampavano le fotografie e le lettere”.
Ma allora ci dobbiamo preparare a fare testamento digitale? E cosa s’intende alla fine con questa espressione?
“Oggi a livello giuridico non c’è una legge che permetta di orientarsi nel campo dell’eredità digitale. Però di fatto è un problema che ci si sta ponendo. Perché una persona che muore lascia una quantità di dati impressionante. Si calcola che ognuno di noi possa arrivare ad avere fino a 170 account online, da quelli più emotivi a quelli più professionali. Di conseguenza ci si sta chiedendo: se tutto questo materiale non viene gestito, che fine fa? Rimane incustodito e può essere utilizzato da terzi? Può creare problemi a chi patisce un lutto, che magari non ha modo di sapere che cosa conservare e che cosa cancellare e non sa come gestire queste informazioni”.

C’è il rischio che si possano verificare ricatti?
“Dipende che cosa si intende per ricatti. Quando è scoppiato il caso di Cambridge Analytica si è detto che molti profili incustoditi dei deceduti erano stati utilizzati per condizionare le elezioni politiche. Sicuramente ci sono stati dei casi, ad esempio in America, c’è chi si è appropriato di un profilo e di conseguenza ha contattato le persone che avevano subìto il lutto per ottenere dei ritorni economici, sfruttando la fragilità del momento”.
Ma la ‘resurrezione digitale’ dal punto di vista psicologico che impatto ha su chi resta?
“Anche questo è un tema molto complesso. Fuori dall’uso dell’intelligenza artificiale, si possono verificare due situazioni diverse. Da una parte chi resta può conservare materiale che permette di avere una memoria e un ricordo molto ricchi del proprio caro defunto. Dall’altra, tutto questo può diventare un ricatto emotivo che rischia di impedire l’elaborazione del lutto”.
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Se invece entra in campo l’Ia?
“Se l’intelligenza artificiale rianima o meglio crea una simulazione con la rielaborazione dei dati e il defunto parla con i vivi, si entra in un campo decisamente più delicato, soprattutto per le persone più fragili. Su questo gli studiosi a livello internazionale si stanno interrogando. Certamente l’impatto può essere nocivo per una persona che deve prendere coscienza che il proprio caro è morto”.

Ma alla fine l’obiettivo di tutto questo qual è?
“Sono meno apocalittico di tanti altri. Sicuramente gli elementi negativi come il business ci sono, e andrebbero monitorati. Però dall’altra parte da studioso dico, tutto ritorna sempre uguale, cambiano solo le tecnologie. Nell’Ottocento si andava a fare le sedute spiritiche per cercare di parlare con i propri cari defunti e c’erano queste persone che in fondo si approfittavano della vulnerabilità del dolente, fingendo di creare un contatto con l’aldilà. Quando è stata inventata la fotografia si diceva che permetteva di resuscitare i morti, le stesse cose di oggi. Era la prima volta che disponevamo delle immagini di una persona defunta, quindi in teoria c’è anche questo aspetto per cui il comportamento umano tende in qualche modo a ripetersi”.
L’assottigliamento del confine tra la vita e la morte non è pericoloso, soprattutto per le menti più giovani?
Il confine tra vita e morte è fondamentale anche per i ragazzi perché educa al senso del limite
“Sì, lo è anche per le persone adulte e lo vediamo anche in altri ambiti. Questa ossessione che le cose non finiscano mai, l’ossessione di raggiungere l’immortalità, di fatto è alla base delle politiche più pericolose del momento. Certamente ai ragazzi non fa bene pensare che mai nulla finisce perché l’educazione al limite è fondamentale, anche per ridimensionare il proprio ego, le proprie manie di grandezza. Questo è un aspetto che va coltivato, per questo si cerca di riportare il discorso della morte all’interno della società”.
Quindi, in futuro, i cimiteri diventeranno archeologia?
“Su questo c’è un grande dibattito. In realtà chi gestisce i cimiteri si sta proprio interrogando e sta cercando delle soluzioni anche interne, ad esempio ormai ovunque nel mondo e anche in Italia ci sono aree destinate a seppellire gli animali domestici. Oppure si cercano modalità differenti dalla tomba e dalla lapide, si sta lavorando ad esempio per piantare alberi, ognuno corrisponde a un defunto. E c’è anche il qrcode sulle tombe che permette di accedere ai profili online. Quindi si stanno cercando soluzioni che tengano conto dei cambiamenti temporali. Perché c’è sempre meno gente che in qualche modo vede il cimitero come la casa del morto e questo è un peccato, soprattutto per quelli monumentali ma non solo, c’è anche un valore sociale, culturale, estetico da salvare”.
Il qrcode sulla tomba è diffuso anche in Italia?
“Non così tanto, anche se ci sono molte società che provano a vendere questa possibilità. Ricordo casi singoli, uno dei primi in Veneto e poi in Lombardia. C’è chi ha chiesto, ad esempio, di metterlo per far accedere le persone a un suo blog scientifico. Ma il problema è la durata nel tempo, oggi funziona magari tra 10 anni sarà obsoleto. Forse per questo mi pare stia prendendo meno piede di quanto si pensasse”.
In sintesi, questo futuro ci deve fare paura?
“Diciamo così, io ho più paura del cambiamento climatico mentre su questo non sono catastrofista. Perché l’uomo ha sempre dimostrato la capacità di adattarsi alle innovazioni tecnologiche”.
Ultimo aggiornamento: Giovedì 1 ottobre 2026, 18:59








