Da Garlasco a Garlascopoli: così è saltato il confine tra indagine, retroscena, suggestione e spettacolo
Gli audio depositati nell’esposto dalla criminologa Roberta Bruzzone sono il sintomo di qualcosa che continua a non quadrare. Perché qualcuno avrebbe dovuto tentare di depistare l’inchiesta?

Pensavamo di esserci lasciati alle spalle le inchieste che finivano in ‘-opoli’. Dopo Tangentopoli e Vallettopoli, sembrava che quella stagione avesse già detto tutto: il cortocircuito tra verità, potere, narrazione e fango. E invece oggi ci sono tutti gli ingredienti per un’altra formula tossica: Garlascopoli. Ma Garlascopoli non sono soltanto gli audio depositati con un esposto dalla criminologa Bruzzone alla Procura Generale di Milano. Quegli audio, semmai, sono il sintomo di qualcosa che continua a non quadrare. Garlascopoli è diventato il meccanismo stesso: quello per cui ogni elemento ha ancora il potere di far saltare il confine tra indagine, retroscena, suggestione e spettacolo.
A un anno dalla riapertura dell’indagine sul delitto di Garlasco, non c’è più una sola verità che cerca spazio. Ce ne sono troppe. C’è quella giudiziaria, che ha un nome e un cognome, Alberto Stasi. C’è quella alternativa, che si insinua e che vedrebbe Andrea Sempio autore, in concorso con altri.

Poi c’è la verità pubblica, la più vorace. Quella che pretende ogni giorno una nuova riscrittura. Ma quando esiste una sentenza definitiva, quella verità — pur con tutte le sue possibili imperfezioni — non può essere scalfita da suggestioni isolate. Può esserlo soltanto da elementi nuovi, autonomi e verificabili. Tutto il resto appartiene a un’altra dimensione: quella del dell’allusione.
La verità pubblica pretende ogni giorno una nuova riscrittura
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A questo punto, capite, che la prima domanda non è più che cosa contengano quegli audio. La prima domanda è un’altra: perché qualcuno avrebbe dovuto tentare di depistare l’inchiesta? Perché, da quello che è trapelato, la pista alternativa finirebbe per alleggerire la posizione del condannato. Allora la questione si sposta. Non sparisce il problema della modalità con cui quei contenuti sarebbero emersi che, ad oggi, resta riservata.

Prima ancora di discutere se quegli audio siano comparsi fuori dai canali formali, bisognerà capire chi siano i soggetti parlanti e con quali mezzi avrebbero eventualmente tentato di condizionare il corso delle indagini. Perché quando, dentro un procedimento penale, compaiono conversazioni che sembrano suggerire scenari alternativi o addirittura concorrere a costruirli, la questione riguarda la qualità stessa del percorso verso la verità.

Il depistaggio, infatti è una categoria giuridica che descrive ogni condotta idonea a deviare un’indagine dalla sua direzione Senza contare che c’è un limite che non dovrebbe mai essere superato: il rispetto dovuto ai morti. Eppure, Chiara Poggi continua a essere restituita al dibattito non come persona, ma come terreno di scontro e detonatore di nuove narrazioni.
Ultimo aggiornamento: Giovedì 23 aprile 2026, 22:09









