Garlasco, Sempio e il rischio ‘mostrificazione’: gesti, bigliettini e soliloqui, le stranezze non sono colpe
Il linguaggio non verbale di Andrea Sempio fotografa un uomo sotto pressione. Trasformare comportamenti fuori asse in sospetti è una scorciatoia pericolosa

Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva. Questo è un dato giudiziario, sigillato da una sentenza passata in giudicato. Proprio per questo, la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco imporrebbe un esercizio molto più serio della curiosità morbosa: non costruire un altro mostro prima ancora di aver dimostrato che il precedente impianto accusatorio sia davvero da smontare. Negli ultimi mesi Andrea Sempio è stato trasformato in una sagoma pronta all’uso. Il Racis, analizzando il linguaggio non verbale di Sempio nelle interviste televisive, fotografa certamente un uomo sotto pressione.
Quindi trasformare quella pressione in sospetto è una scorciatoia pericolosa. Perché il corpo non parla la lingua del codice penale. Parla piuttosto la lingua dell’ansia, della paura, della vergogna, dell’imbarazzo, della rabbia, della percezione di essere accerchiati. Siamo pertanto davanti a una caccia alle streghe con strumenti più moderni rispetto a quelli di un ventennio fa? Sarebbe scorretto negare l’evidenza. I soliloqui di Sempio sono strani. I bigliettini sono strani.Certi comportamenti sono certamente fuori asse rispetto a ciò che ci aspetteremmo da una persona adulta coinvolta, anche solo mediaticamente, in una vicenda così grave.

Ma strano non significa colpevole. Inquietante non significa sanguinario. Il rischio, qui, è il bias di conferma nella sua forma più insidiosa: partire dall’idea che Sempio debba essere sospetto e poi raccogliere solo ciò che lo rende tale. In altre parole, siamo nel campo del meccanismo inquisitorio. Prima si sceglie il colpevole, poi gli si cuce addosso l’abito dell’assassino con qualunque stoffa disponibile. Sempio ha probabilmente una struttura di personalità ruminativa, un’affettività immatura, un modo di reagire che appare poco filtrato, poco adulto, poco organizzato.
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Dove una personalità più strutturata tende a contenere, una personalità come la sua può debordare. Persino il riferimento al presunto possesso del video intimo di Alberto Stasi e Chiara Poggi deve essere letto criticamente. Se quel riferimento resta privo di riscontri oggettivi — e allo stato sembra esserlo — non può essere trasformato automaticamente in un tassello accusatorio.
Può essere, più miseramente, il tentativo goffo di portare all’assurdo una narrazione che lui percepisce come costruita contro di sé. Per questo, proprio quando un corpo ci appare scomposto, una voce ci sembra stonata, una battuta ci disgusta, che dovremmo essere più cauti. Perché il processo mediatico ama le anomalie ma la giustizia non può permettersele. E nemmeno chi pretende di analizzare il comportamento umano dovrebbe farlo.
Ultimo aggiornamento: Sabato 16 maggio 2026, 13:36









