Neanche una nota per il Papa. Trump, silenzio assordante
Evitano messaggi anche i vice, Rubio e il convertito al cattolicesimo Vance. Segno che la Casa Bianca non vuole attutire lo scontro aperto con la Santa Sede

Roma, 13 ottobre 2026 – L’incontinenza verbale di Donald Trump è un fatto noto a chiunque non abbia passato gli ultimi dieci anni su Plutone. La notizia è quando tace. E così nel profluvio incessante di messaggi elettorali o autocelebrativi (c’è differenza?) sul social Truth, l’assenza di una nota di augurio e vicinanza a Papa Leone, che si sottopone a un intervento chirurgico per rimuovere un nodulo al polmone, diventa un silenzio più eloquente di molte parole.
La Casa Bianca non ha inviato un messaggio pubblico al Pontefice e lo stesso vale anche per il vicepresidente, JD Vance, e per il segretario di Stato, Marco Rubio, cattolici che competono per il ruolo di ufficiali di collegamento con il Vaticano e che pure su altri fronti si sono dimostrati assai solerti nell’usare la voce. Proprio mentre il papa dopo l’Angelus di domenica annunciava, spiazzando tutti, urbi et orbi, l’intervento imminente, Rubio condannava nei termini più duri l’attacco degli Houthi all’aeroporto di Riad.
La distrazione, foss’anche solo una questione di ritardo comunicativo, è perciò un’ipotesi implausibile. Ciò che è plausibile, invece, è che il silenzio vada letto nel contesto dello scontro a intensità variabile, ma ormai profondamente radicato, fra la Casa Bianca e la Santa Sede.
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L’ultimo caso riguarda la pena di morte. Nell’occasione della giornata Giornata Mondiale contro la pena di morte, Leone XVI ha scritto che “è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”; il Papa non ha fatto riferimento diretto all’esecuzione di Nidal Hassan, il terrorista americano di origini palestinesi che il Pentagono ha deciso, con l’approvazione del presidente, di uccidere con il plotone di esecuzione e in diretta streaming il 3 dicembre, ma ci ha pensato Vatican News – organo ufficiale della Santa Sede – a fare il collegamento. La condanna esplicita era del resto già arrivata dal presidente della Conferenza episcopale americana, Paul Coackley, che aveva detto: “Il nostro Dio è il Dio della vita: in nessun modo le azioni di Hassan possono essere giustificate ma questa decisione è una promozione barbara di una cultura di morte e deve essere riconsiderata”. Coackley, considerato un conservatore nella geografia ecclesiastica, guida una compagine di vescovi storicamente curvata verso destra ma che Trump è miracolosamente riuscito a compattare intorno a due questioni fondamentali: immigrazione e guerra.
Lo scontro aperto fra il Vaticano e questa amministrazione è iniziata sui raid dell’Ice, è cresciuta sull’intervento militare in Venezuela ed è arrivato al culmine con l’attacco all’Iran, condannato in tutti i modi dal Papa, finito lo scorso aprile nel tritacarne di insulti del presidente, ai quali ha riposto con garbata fermezza. Nel frattempo le tensioni sono cresciute anche in circostanze che dovevano, nelle intenzioni, restare riservate, come la minacciosa e irrituale convocazione dell’allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre, al Pentagono per un’amara lezione di geopolitica trumpiana.
Il convertito Vance ha poi intimato al Vicario di Cristo di non dare lezioni morali (figurarsi politiche) e Rubio ha indossato la maschera più conciliante per organizzare una visita riparatrice in Vaticano, lo scorso maggio. In quell’occasione la Santa Sede ha scritto che nell’incontro è stato “rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America”. Le buone relazioni vanno dunque coltivate, non sono un dato acquisito.
Ultimo aggiornamento: Martedì 13 ottobre 2026, 02:00








