Il price cap di Eni è l’alternativa volontaria alla tassa sugli extraprofitti. Ma non sappiamo quanto costa né a quale condizione finisce
Il tetto introdotto da Eni sui carburanti è più di una promozione: è un esperimento di politica energetica per via societaria, la terza via tra il sussidio fiscale e il prelievo sui profitti. Ma quanto è trasparente e sostenibile? Ecco le differenze con il modello francese di TotalEnergies

Milano, 26 settembre 2026 – Il tetto di Eni sui prezzi dei carburanti assomiglia, nei fatti, a un contributo sugli extraprofitti. Con una differenza: non passa dal Parlamento, non ha un’aliquota e il suo costo non è stato reso noto. È un’alternativa volontaria al prelievo per legge, maturata sotto lo sguardo dell'azionista pubblico e con una buona dose di “moral suasion” da parte del governo, che per ora rende meno probabile una tassazione vera e propria.
In Francia TotalEnergies ha fatto una scelta analoga già a marzo, subito dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente. Il 29 agosto il suo presidente e amministratore delegato, Patrick Pouyanné, ha indicato in un'intervista a France Inter sia quanto costa, tra 250 e 300 milioni, sia a quale condizione potrebbe finire: l'arrivo di una tassa sui superprofitti. In Italia, almeno per ora, questi due elementi mancano.
Il confronto con la crisi del 2022 aiuta a capire altri aspetti. Allora l'Europa scelse la strada fiscale: il contributo di solidarietà sugli extraprofitti di petrolio, gas, carbone e raffinazione. Il regolamento imponeva un prelievo di almeno il 33% sugli utili eccedenti di oltre il 20% la media 2018-2021, oppure una misura nazionale equivalente.

L'Italia scelse la propria, con un prelievo del 50% sui profitti 2022 oltre determinate soglie. In tutta l'Unione il meccanismo ha prodotto oltre 26 miliardi di gettito per il 2022 e il 2023. Tassare gli extraprofitti, dunque, è possibile. Ma è una scelta fiscale e politica: significa stabilire per legge chi paga, quanto paga e come si usa il gettito. E questa volta, per di più, l’Europa si è tirata indietro, dicendo che i singoli Stati avrebbero potuto agire autonomamente.
Il price cap segue una strada diversa. Non è un'imposta, non è un tetto imposto a tutti gli operatori, non è una spesa del bilancio pubblico. È l'impegno di una singola società. Il governo ottiene un effetto immediato sui prezzi senza un nuovo prelievo e senza il tetto per legge che i gestori di Faib e Fegica avevano appena proposto al Senato. Non a caso Tajani ha colto l'occasione per dire no alle “tasse dirigiste” sugli extraprofitti, mentre la Lega chiedeva che anche banche e altre società seguissero l'esempio.
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Il confronto con la Francia può essere istruttivo. Il tetto di TotalEnergies è di 1,99 euro per la benzina e 2,25 per il gasolio. Nella stessa intervista dei mesi scorsi Pouyanné aveva spiegato che la stima dei costi era salita dai 200 milioni indicati a fine giugno, pur ammettendo di non avere cifre esatte. E aveva promesso che il tetto sarebbe rimasto per la durata del conflitto, a meno che Parigi non avesse introdotto una tassa sui superprofitti.
Ne vengono due lezioni. La prima è che il contributo volontario ha un costo misurabile, e una società quotata può dichiararlo. Eni non l'ha fatto: su quale cifra poggia la sua “solidarietà”? Di una tassa si conoscono base imponibile, aliquota, gettito e destinazione. Di un tetto volontario, finora, nulla di tutto questo.
La seconda è che Pouyanné rende esplicito ciò che in Italia resta implicito: lo scambio. Il tetto è una concessione revocabile, offerta in alternativa al prelievo. La differenza sta negli attori. Total non è controllata dallo Stato ma anche se tratta con il governo da controparte risente parecchio dell’influenza dell’Eliseo. Eni è una quotata di cui lo Stato, attraverso Mef e Cdp, detiene circa un terzo e sceglie i vertici. In Francia però lo scambio è una trattativa pubblica, con un prezzo dichiarato. In Italia avviene dentro il perimetro dell'azionista.
Chi paga, inoltre? Non solo gli azionisti privati. Con un terzo del capitale in mano pubblica, margini più bassi significano anche meno dividendi e meno imposte per lo Stato: una parte del costo torna al bilancio pubblico, per via indiretta. È vero che il contesto non è di sofferenza. Il price cap redistribuisce una parte dell’extra-margine sulla raffinazione. Funziona come un piccolo contributo di solidarietà, ma discrezionale, non quantificato e non rendicontato. Né è detto, peraltro, che sia soltanto un sacrificio. Un prezzo sotto la media attira volumi e rafforza il marchio. Soprattutto, può costare meno della tassa che contribuisce a evitare: Pouyanné, in fondo, l'ha detto senza giri di parole.

Resta l'effetto sul mercato. Un operatore con quasi quattromila stazioni che fissa un prezzo massimo può trascinare i concorrenti: è l'effetto su cui conta il governo. Ma il trascinamento funziona per chi ha alle spalle margini di raffinazione e produzione. Gli indipendenti, che comprano all'ingrosso, rischiano di dover scegliere tra vendere in perdita e perdere quote.
Il caso Eni è dunque più di una promozione sui carburanti. È un esperimento di politica energetica per via societaria: tra il sussidio fiscale e la tassa sugli extraprofitti compare una terza strada. La domanda non è se sia legittima, ma quanto sia trasparente e sostenibile. Della versione francese sappiamo almeno quanto costa e a quale condizione finisce. Di quella italiana, per ora, sappiamo soltanto quando scade.
Ultimo aggiornamento: Sabato 26 settembre 2026, 17:18


