Mps, Lovaglio verso la resa dei conti. No anche da Agricole e Caltagirone
Con Delfin e Benetton, il fronte contrario alle mosse dell’ad vale il 34%. Opas di Intesa più vicina al traguardo

Milano, 8 ottobre 2026 – Dopo le adesioni di Delfin, Benetton, e da oggi anche di Caltagirone, il fronte dei grandi soci di Mps che sostiene l’offerta del gruppo guidato da Carlo Messina ha raggiunto la soglia del 34% del capitale, un blocco di minoranza ma sufficiente a rendere quasi impossibile a Luigi Lovaglio di raggiungere i due terzi dei voti nell’assemblea del 29 ottobre. I giochi sembrano per lo più fatti anche se ieri sera l’Ivass ha approvato l’acquisto di una quota superiore al 10% di Assicurazioni Generali da parte di Mediobanca Premier, operazione che si inquadra nel progetto di fusione di Piazzetta Cuccia nella banca senese portato avanti da Lovaglio. Progetto sul quale i soci di Mps saranno chiamati ad esprimersi in assemblea insieme con la doppia offerta su Banca Generali e su Banco Bpm.
A quest’ultima, la banca francese Crédit Agricole si è detta di nuovamente contraria. In linea di massima, la “caduta” del Monte nelle mani di Messina è il finale più atteso dal mercato insieme con un nuovo azionariato di Intesa Sanpaolo nel quale entreranno Delfin, Caltagirone e Benetton, prospettiva salutata con favore dal presidente della Fondazione Cariplo, Giovanni Azzone. Per Lovaglio è una sorta di pena del contrappasso, da scalatore (di Mediobanca) è finito sotto scalata e il suo margine di azione oggi è molto risicato se si esclude l’ipotesi di mettere sul piatto l’intera quota detenuta da Mediobanca in Generali.

Una contromossa stile “All-Inn” per allettare i soci, suggestiva per le cronache, ma che finora non ha trovato finora alcuna conferma. Se questo è lo scenario di base, a che punto del risiko bancario siamo? QN lo ha chiesto ad Angelo Baglioni, economista dell’Università Cattolica di Milano e uno dei più attenti osservatori delle operazioni che da due anni stanno rivoluzionando gli assetti finanziari del paese. “I giochi si chiuderanno solo con la collocazione di Banco Bpm, che finora ha dimostrato di non avere una strategia precisa in fatto di aggregazioni”.
La banca milanese è già nell’orbita della francese Agricole che attende solo il momento più propizio per una fusione vera e propria. Ma è una prospettiva che scuote i palazzi romani e così la borsa continua a scommettere sulla possibilità che Unicredit ci possa riprovare, questa volta con il placet del Mef.
Ci crede?
“Questo governo – prosegue l’economista – ha impedito a una banca italiana di acquistare un’altra banca italiana e adesso il paradosso è evidente. Ma ci sono altri due effetti da considerare. Il primo è il rafforzamento di un gruppo già grande come Intesa, che diventerà primo azionista di Generali, di cui è anche competitor. Immagino che i vertici di Intesa siano già preparati a replicare ad eventuali rilievi dell’Antitrust, che riguarderanno gli sportelli bancari di Mps ma anche aspetti assicurativi. Il secondo effetto è il ritorno di Mediobanca nel contesto milanese con la prospettiva di operare accanto all’altra merchant bank di Intesa che è Banca Imi”.
Vede ancora qualche spiraglio per Lovaglio?
“Francamente, no, l’ipotesi di una distribuzione ai soci di Mps dell’intera quota in Generali, è qualcosa che oggettivamente finirebbe con l’indebolire l’intero polo bancario che si vorrebbe far nascere”.
Ultimo aggiornamento: Giovedì 8 ottobre 2026, 20:53

