Clodia, la schiava che l’amore rese libera
L’UMBRIA ROMANTICA E MISTERIOSA (3) – Nel Museo Archeologico di Trevi, presso il Complesso Museale di San Francesco, una stele ricorda una storia di passione, libertà, sfida alle convenzioni sociali. Da liberta a moglie, grazie al potere dell’amore

Pietrarossa, Trebiae – I secolo d.C. Clodia entrò nel triclinio tenendo il vassoio poco più in alto del petto, come le avevano insegnato. Non doveva guardare troppo, né sostare, né tradire stanchezza. I servi capaci erano quelli che sembravano non avere corpo: mani silenziose, passi lievi, occhi bassi.
Eppure quella sera la villa pareva fatta apposta per costringerla a vedere ogni cosa. Le lucerne a olio tremavano sulle pareti dipinte, accendendo di riflessi rossi i grappoli d’uva affrescati, le piccole divinità campestri, i pavoni immobili tra foglie troppo verdi.

Dal peristilio arrivava il rumore dell’acqua nella vasca, appena coperto dalle voci degli invitati. Uomini distesi sui letti del banchetto parlavano di terre, raccolti, cariche pubbliche, viaggi lungo la Flaminia; le donne ascoltavano, sorridevano, lasciavano scivolare le dita tra coppe di vino annacquato e frutta al miele.
Clodia aveva quindici anni, forse sedici. Era chiara di pelle, con quella luce lattiginosa che a Trebiae non apparteneva del tutto; i lineamenti ancora incerti tra l’infanzia e una bellezza che cominciava a far male. La chiamavano Advena, la forestiera, perché era venuta da lontano, da un luogo che lei stessa ricordava ormai a strappi: vento freddo, una lingua diversa, il pianto di una donna che forse era stata sua madre.

Quando servì il piatto di carne speziata, sollevò lo sguardo per un istante. Lucio Rufrio la stava guardando; non come guardavano gli uomini durante i banchetti, con quella rapida avidità che una schiava impara a riconoscere prima ancora di capire il desiderio. La osservava come se volesse sapere chi fosse, e questo la turbò più di qualunque audacia.
Abbassò subito gli occhi, ma sentì il calore salirle al viso.
Lui era più grande, forse di vent’anni o poco meno. Cittadino romano, proprietario di terre, uomo abituato a parlare e a essere ascoltato. Raccontava di strade percorse al seguito delle legioni, di merci viste nei porti, di sale bianco come neve, di spezie scure arrivate da luoghi dove l’aria bruciava la gola. Gli altri ridevano, intervenivano, lo cercavano. E tuttavia, ogni tanto, il suo sguardo tornava a lei. Clodia continuò a servire, ma nulla fu più semplice.
Di certo nessuno avrebbe immaginato che quelle stanze, quelle voci e perfino il nome di lei un giorno sarebbero caduti sotto la terra; che secoli dopo uomini chini sugli scavi avrebbero cercato Trebiae nella polvere di Pietrarossa, tra la Flaminia, il Clitunno e i resti di una città scomparsa. Nessuno avrebbe pensato che di quella ragazza silenziosa sarebbe rimasta una pietra e una storia eterna.
Nei giorni successivi, Lucio tornò spesso alla villa di Gaio Clodio Crisogono, amico e patrono della ragazza. Troppo spesso perché fosse solo cupidigia, ma non così apertamente da temere che qualcuno potesse accusarlo di sconvenienza. Parlava di confini, di frumento, di contratti; poi, appena poteva, cercava Clodia.
All’inizio furono frasi brevi. “Da dove vieni?” Lei esitò, nessuno glielo chiedeva mai. “Da lontano, domine”. “Questo lo dice già il tuo nome”. Clodia non seppe se sorridere. Da schiava aveva imparato che anche un sorriso poteva essere frainteso, ma Lucio non insistette. Aspettò. Fu questo, più di tutto, a confonderla. La sua pazienza.
A poco a poco, Gaio Clodio permise che i due si parlassero alla luce del giorno, nel peristilio, sotto lo sguardo discreto di altri servi. Camminavano tra colonne chiare e mosaici geometrici, accanto alle aiuole ordinate dove il rosmarino e la ruta si mescolavano al profumo dell’acqua.

Lucio le indicava figure dipinte sulle pareti e le raccontava miti che lei aveva solo udito nominare. Clodia ascoltava con la stessa attenzione con cui un tempo aveva imparato gli ordini: ma questa volta nessuno le chiedeva obbedienza. Le veniva offerto un mondo. Un mattino lo trovò al foro di Trebiae, mentre acquistava stoffe e piccoli recipienti d’olio per la casa. Lei sussultò vedendolo comparire tra i banchi. Lui finse di esaminare un sacchetto di pepe.
“Questo viene da più lontano di te, forse”. Clodia abbassò il capo, ma rise. Una risata breve, quasi rubata. Lui le parlò di mercanti, di navi, di strade, del modo in cui Roma riusciva a portare in una piccola città dell’Umbria odori nati dall’altra parte del mondo. Lei osservava i sali, le erbe, le anfore, e per la prima volta non si sentì soltanto una cosa passata di mano in mano. Si percepì parte di qualcosa che si muoveva.
Talvolta si incontravano presso il tempio di Pietrarossa, là dove nei secoli sarebbe sorta una chiesa che avrebbe raccolto altre devozioni. Allora era ancora luogo sacro di una religione pagana, con l’ombra degli altari, il brusio delle offerte, le donne che pregavano per fecondità e salute. Clodia vi andava con il capo coperto, in silenzio. Lucio arrivava poco dopo, mai troppo vicino, mai imprudente. Non le prometteva nulla, e proprio per questo lei cominciò a temere che i suoi sentimenti fossero sinceri.
Poi, un giorno, l’uomo parlò con Gaio Clodio. Clodia non udì tutto, vide solo il patrono irrigidirsi, poi restare a lungo in silenzio. Lucio non chiedeva di averla; pregava di conoscerla ancora, e infine di sposarla. Disse che una donna non valeva meno perché era stata schiava e che nessuna nascita libera poteva dargli ciò che aveva visto in lei: misura, dolcezza, dignità. Quando Gaio la chiamò, Clodia pensò di aver sbagliato qualcosa. Invece lui le disse che sarebbe stata libera.

CLODIA . C . L Clodia . C(ai) . l(iberta)
ADVENA . SIBI Advena . sibi
ET . C . CLODIO et . C(aio) . Clodio
SEX . L CHRYSOG Sex(ti) . l(iberto) Chrysog(ono?)
P . S ET p(atrono) . s(uo) et
L RUFRIO C . F . LAB L(ucio) Rufrio C(ai) . f(ilio) . Lab(eoni?)
VIRO SVO viro suo
[D (?)] [d(icavit?)]
Molti anni dopo, Clodia osservava quelle lettere appena incise nella pietra. Indossava abiti scuri, il velo tirato sul capo, le mani ferme una sull’altra come se il lutto avesse finalmente disciplinato anche il tremore. Non era più la ragazza venuta da lontano. Era una donna libera, ricca abbastanza da far costruire un monumento funerario, rispettata a sufficienza da scegliere chi ricordare.
Eppure, davanti alla stele si sentì di nuovo piccola. Il suo domus Gaio Clodio Crisogono era morto e Lucio Rufrio, il suo Lucio, l’aveva seguito da poco.
Lei restava lì, ultima custode di una storia che nessuno, guardandola bambina nel triclinio, avrebbe mai osato immaginare. Rivisse il giorno della liberazione. Il respiro che le mancava, la voce del patrono, la sensazione assurda di avere finalmente un corpo suo, un nome proprio, un domani non deciso da altri.
Provò allora una gratitudine così grande da somigliare al dolore. Gaio Clodio non era stato soltanto l’uomo che l’aveva posseduta; era stato colui che aveva scelto di restituirla a sé stessa. Poi venne il matrimonio. Ricordava ancora chiaramente il velo color fiamma, le mani delle donne che la preparavano, l’odore delle erbe bruciate, le formule pronunciate davanti agli dèi, il passo incerto verso la casa di Lucio.
Aveva paura che qualcuno ridesse, che le ricordassero cos’era stata. Ma lui le prese la mano con tale fermezza che ogni voce si allontanò. Da quel momento Clodia non fu più soltanto Advena, la forestiera. Divenne moglie. Non sapeva se la vita le avesse dato tutto o se molto le fosse stato tolto prima ancora che potesse desiderarlo. Sapeva, però, che l’amore l’aveva salvata in un modo che nessuna favola avrebbe saputo raccontare senza mentire. Sfiorò la pietra. Lì aveva inciso il marito, il patrono e sé stessa. Non per superbia, ma per paura che il tempo potesse separarli. Un giorno sarebbe scesa anche lei in quella tomba. Allora, finalmente, la forestiera avrebbe smesso di cercare casa.
Itinerario nei luoghi di Clodia
Per ripercorrere la storia di Clodia il punto di partenza non può che essere Pietrarossa, l’area archeologica situata ai piedi di Trevi, lungo l’antico tracciato della via Flaminia. Qui gli archeologi stanno riportando alla luce i resti di Trebiae, il municipio romano che in età imperiale occupava la pianura ai margini del Clitunno. L’area è ancora oggetto di scavi e studi, ma rappresenta uno dei siti archeologici più promettenti dell’Umbria.

A Pietrarossa è visitabile la suggestiva chiesa di Santa Maria di Pietrarossa, costruita in epoca medievale utilizzando numerosi materiali provenienti dagli edifici romani della vecchia città. Al suo interno si conservano affreschi di grande valore e numerosi elementi architettonici di reimpiego che testimoniano la continuità tra il mondo romano e quello medievale. Nel centro storico di Trevi, al Museo Archeologico ospitato nel Complesso di San Francesco è conservata la celebre stele funeraria di Clodia. Qui è possibile osservare da vicino l’iscrizione che ci ha restituito il suo nome e scoprire numerosi reperti provenienti dagli scavi di Pietrarossa: epigrafi, elementi architettonici, statue e altro ancora.

Il percorso può proseguire attraverso il territorio trevano alla ricerca delle tracce romane riutilizzate nei secoli successivi. Molti reperti sono infatti inglobati nelle murature di piccole chiese medievali come San Nicolò, Sant’Andrea, Sant’Egidio, San Lorenzo e San Martino, disseminate tra campagne e colline. Meritano una menzione anche le mura urbiche, visibili ancora oggi ma appartenenti a un’epoca successiva rispetto a Clodia, essendo di età tardoantica e medievale.
L’itinerario si conclude a Matigge, lungo la Flaminia, dove la presenza di antiche ville romane ricorda l’importanza strategica di questo territorio. Il nome stesso sembra richiamare Matidia, nipote dell’imperatore Traiano e suocera di Adriano, a testimonianza di un legame profondo tra la storia di Trevi e la Roma imperiale.
In questa frazione del Comune di Trevi, verso sud-ovest (località Renacci) e proprio al confine con la frazione di Pietrarossa, fu rinvenuta la stele di Clodia.
Liberamente ispirato alla vita e alla figura di Clodia, liberta romana. La lettura dell’epigrafe qui riportata è quella di Simone Cerquiglini, archeologo e responsabile del Complesso Museale di San Francesco.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 22 giugno 2026, 11:17

