Le eroiche donne che nel 1522 difesero il castello di Scheggino dal celebre assedio
L’UMBRIA ROMANTICA E MISTERIOSA (5) – Fu il più feroce attacco al borgo, quello che passò alla storia non soltanto per l’avvincente dinamica, ma per la resilienza della comunità femminile, ancora oggi omaggiata in festa

Scheggino, 23 luglio 1522 - La campana di San Nicola cominciò a battere a martello quando il sole era già alto sui tetti di pietra. Un colpo, poi un altro, poi tanti, ravvicinati, duri, come se qualcuno stesse spezzando il cielo sopra il castello.
Una ragazza lasciò cadere il secchio vicino alla fonte, mentre osservava le galline disperdersi in fretta tra i vicoli; un bambino iniziò a piangere, aggrappato alla gonna della madre. Un attimo dopo dalle case uscirono donne con i grembiuli ancora infarinati, le maniche rimboccate, i capelli stretti sotto fazzoletti chiari. Alcune tenevano in braccio i figli più piccoli, altre trascinavano dentro gli animali da cortile, spingevano maiali e capre negli stalletti, chiudevano usci, sprangavano finestre.

Dalla torre era arrivato il grido: “Uomini armati! Vengono dalla valle!”. Scheggino, raccolto sotto la sua rocca, parve stringersi su sé stesso. Le case addossate l’una all’altra, le scale ripide, gli archi bassi, i passaggi stretti sembrarono in un istante diventare una sola cosa con le mura. Quelle mura, già antiche, già provate da altri assalti, scendevano lungo il pendio come un braccio di pietra. Quel giorno sarebbero state tutto: rifugio, difesa, speranza.
Le poche guardie rimaste corsero alle porte, dove le travi furono spinte negli alloggiamenti: i cardini gemettero, a sigillare la chiusura del castello. Davanti alla chiesa di San Nicola le donne si radunarono senza che nessuno lo avesse ordinato: era lì che si andava quando bisognava decidere. Sotto il portico dove tante volte gli uomini avevano discusso di terre, acque e confini, ora c’erano loro.
Il parroco uscì con il volto pallido. “Bisogna mandare qualcuno nei campi” disse una giovane, stringendo il figlio al petto. “Non arriverà mai – le fece eco un’anziana, le mani nodose e la voce ferma – Lo ucciderebbero appena fuori le mura”. Di fronte a quell’agghiacciante verità, un silenzio pesante cadde sul piazzale: erano sole. “Allora che facciamo?” chiese un’altra ansimando. Fu di nuovo la più anziana a guardare le mura, poi le altre donne: “Quello che abbiamo sempre fatto. Proteggiamo la nostra casa”.
E fu così che tutto ebbe inizio. Alcune salirono sui camminamenti portando con sé pietre, coppi, pezzi di muratura; altre accesero fuochi e misero a bollire l’acqua nei paioli. Due signore robuste, aiutate dalle guardie, trascinarono una trave dietro la porta principale per opporre maggiore resistenza, intanto che le madri consegnavano i bambini a chi non poteva combattere e afferravano forconi, le più giovani portavano secchi, le più vecchie preparavano bende e stracci. Qualcuna pregava; qualcuna tremava; ma nessuna si fermò neppure un istante.

In fondo, quelle donne sapevano benissimo perché tutto ciò stava accadendo. Da settimane la valle parlava soltanto di questo: il Ducato di Spoleto aveva chiesto mille fanti ai castelli della Valnerina per combattere contro gli Orsini. Gli uomini erano partiti, ma a un certo punto avevano fatto ritorno, disobbedendo agli ordini per non pesare su famiglie già povere, su campi da mietere, su greggi da custodire. Gli altri borghi della Valnerina, però, non l’avevano presa bene: o tutti o nessuno. Sebbene Scheggino trattava già per tornare fedele a Spoleto, per i conterranei era stato un tradimento.
Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo, due condottieri di ventura alquanto popolari in zona, avevano così raccolto uomini dai paesi vicini: non soldati di mestiere, ma contadini, pastori, boscaioli con roncole, asce, picche e rabbia nelle mani. Gente della stessa valle, amici o conoscenti che avevano attraversato gli stessi mercati, bevuto alle stesse fonti, contrattato bestiame nelle stesse piazze. E ora venivano contro di loro.
Poco più in basso, Brancaleoni si fermò a osservare il castello. “Gli uomini sono nei campi – disse ai suoi – Dentro ci sono donne, vecchi e bambini. Non abbiate timore. Prima che il sole scenda, Scheggino avrà la sua giusta punizione”. Un grido si levò dalla folla armata; alcuni batterono le roncole contro i bastoni, mentre Petrone da Vallo annuiva senza parlare. Poi avanzarono. Quando arrivarono sotto le mura, trovarono solo silenzio: nessuna donna urlava, nessun bambino correva, nessun volto appariva alle finestre. Il borgo sembrava vuoto, come se fosse stato abbandonato nella fretta.
All’improvviso si alzò un grido dalla folla: una pietra pesante e affilata aveva colpito qualcuno; subito dopo ne cadde un’altra, e un’altra ancora. Dall’alto si rovesciò una pioggia dura, secca, improvvisa. Gli assalitori arretrarono, coprendosi il capo con le braccia. Nel frattempo sopra le mura le donne non parlavano quasi più. Si passavano le pietre di mano in mano. Una ragazza con le trecce sciolte lanciava coppi con una precisione feroce, una madre disperata, ancora con la farina sulle dita, sollevò un sasso più grande di quanto pensasse di poter reggere e lo lasciò cadere oltre il parapetto. Dal basso giunse un gemito di dolore.

Presi in contropiede, i contadini della Valnerina tentarono allora di raggiungere la porta e, non appena le furono davanti, cominciarono a colpirla con asce e roncole. Il legno tremò, ma non cedette. Fu allora che dall’alto arrivò acqua bollente; non era olio, che nessuno avrebbe sprecato in tale quantità, ma semplice acqua scaldata in fretta sui fuochi del borgo. “Ancora!” gridò una donna. E ancora piombarono secchi, pietre, bastoni, sotto la visione attenta delle anziane, che di tanto in tanto indicavano dove colpire. Le guardie rimaste, poche e sudate, capirono che quel giorno non stavano guidando la difesa: la stavano seguendo.
Brancaleoni, in preda alla collera, urlò di avanzare, ma le scale venivano respinte, le porte resistevano, le mura sembravano più alte a ogni tentativo. Fu allora che le donne compresero: stavano resistendo. Una risata incredula salì da una delle torri, poi un grido di gioia. Non era festa, non ancora, piuttosto stupore; era il corpo che, dopo la paura, scopriva di avere forza. Una giovane si voltò verso una porta secondaria: “Corro ai campi”. “Ti prenderanno!” “No, guardano solo verso le mura”. Attraversò un varco stretto e scivolò fuori tra le ombre: correva senza sentire le pietre sotto i piedi, senza voltarsi, con il fiato che le bruciava in gola.
Gli uomini di Scheggino erano curvi sul lavoro. Quando la videro arrivare, capirono prima ancora che parlasse. “Il castello – riuscì a dire – Le donne stanno combattendo”. In un istante falci e strumenti da mietitura diventarono armi. I contadini lasciarono i covoni e in fretta afferrarono forconi, zappe, bastoni. Nessuno chiese quanti fossero gli assalitori, né in quei momenti pensarono alla prudenza. Si avviarono e basta, carichi di rancore.
Quando gli uomini di Brancaleoni se li videro arrivare alle spalle, la loro sicurezza si spezzò: davanti avevano le mura, da cui continuavano a cadere pietre; dietro, i contadini di Scheggino che tornavano furiosi a difendere le proprie case.

Non fu una strage, perché in fondo nessuno voleva davvero uccidere dei “fratelli”, ma soltanto farli andare via. Uno dopo l’altro, gli assalitori si ritirarono lungo la valle, trascinando i feriti, abbassando le armi, senza più voltarsi verso quelle mura che avevano erroneamente creduto facili da espugnare. Quando il portone si aprì, gli uomini rientrarono nel borgo e, come tante altre volte avevano fatto in quegli anni, passarono per il vicolo stretto che ancora oggi è detto Baciafemmine, dove la pietra costringe i corpi a sfiorarsi.
Era sempre lì che le donne li aspettavano. Si cercarono senza parole, si baciarono con la paura ancora addosso, con la gioia improvvisa di chi ha rischiato di perdere tutto.
Poi le donne di Scheggino, riunite davanti a San Nicola, si guardarono una a una: avevano le mani sporche, i capelli sciolti, le vesti strappate, gli occhi lucidi. E allora si strinsero, forte. Come se solo in quel momento capissero davvero che cosa avevano fatto: salvare il castello, proteggere la casa.
Itinerario nei luoghi dell’assedio

Da quel 23 luglio 1522 la loro impresa non è più uscita dalla memoria del borgo, che ancora oggi – nelle stesse date – organizza una rievocazione per le vie del paese. È l’occasione migliore per scoprire Scheggino, il borgo di pietra sulle acque del Nera che si sviluppa attraverso un intricato labirinto di vicoli.
Circa a metà percorso si incontra la chiesa di San Nicola, uno dei gioielli artistici della Valnerina, la cui abside fu in parte affrescata dallo Spagna. Le possenti mura sono un altro elemento fondamentale in questa storia, e non si può dimenticare di passare sotto il vicolo Baciafemmine, dove oggi si trova un’ottima osteria.

Infine, la parte alta del paese è anche quella più antica, dove probabilmente le donne salirono per difendersi; tutto attorno si estende il paesaggio verde dell’Umbria: in questo contesto gli uomini per secoli hanno coltivato i campi e si sono dedicati alla pastorizia, mentre grazie alla presenza delle acque – oggi valorizzate anche da un parco naturale e da un canale – non mancò mai l’attività della pesca.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 19 agosto 2026, 23:17


