La prima volta della sposa al seggio, l’avventura delle donne italiane
Nel nuovo romanzo di Dario Franceschini ‘La fiuma’, un ritratto corale del nostro dopoguerra

Roma, 6 ottobre 2026 – È in libreria per La nave di Teseo (collana Oceani) il nuovo romanzo di Dario Franceschini, “La fiuma", ideale seguito di “Aqua e tera“ (2024). Stavolta la storia si dipana nel nostro dopoguerra. Pubblichiamo un estratto del romanzo.
Si mise in fila ad aspettare l’apertura del seggio già con indosso l’abito da sposa. Il matrimonio era a Ferrara alle dieci e quello era l’unico modo per fare in tempo a votare al referendum, prima di partire per la città.
Il mattino del 2 giugno 1946 fu una festa per tutta Lagosanto, con le donne che applaudivano Ginisca e correvano a casa a svegliare le bambine, perché venissero a vedere quella ragazza vestita di bianco che stava entrando nel portone della scuola elementare, anziché in quello della chiesa. Molte di loro pensarono che quella doveva essere la democrazia che avevano tanto aspettato: vedere le donne in fila per votare e la figlia del ricco agrario che poteva sposare, per amore, il muratore tornato salvo dalla guerra.
A Ginisca batteva il cuore e le mani le tremavano così forte che, quando arrivò il suo turno nel seggio, le cadde a terra la matita che le aveva consegnato uno scrutatore. Pensava ai partigiani delle sue valli, alla Lega femminile della bisnonna, all’amore tra Tina e Lucia. Quando segnò la croce sulla scheda, nel quadrato sotto la parola Repubblica, alzò lo sguardo verso il soffitto e le parve di vedersi in una fotografia scattata dall’alto, con lei che sorrideva guardando all’insù, immersa in una nuvola di veli bianchi che riempiva tutta la cabina.
Aveva voluto che ad accompagnarla a Ferrara fosse Devarghes, il panettiere, con lo stesso camion con cui lei aveva raggiunto ogni lunedì sua madre all’arcispedale Sant’Anna, nelle settimane prima della Liberazione. Le sue amiche erano state costrette a votare il mattino presto insieme a lei, poi le aveva fatte salire sul pianale scoperto del camion, sedute sulle scatole vuote del pane. Ginisca invece si era messa di fianco a Devarghes, che come sempre guidava parlando solo del suo forno e di come si dovevano impastare le coppiette, incurante di quello che avveniva attorno a loro, allo stesso modo di quando, nella primavera dell’anno precedente, percorrevano le strade deserte, tra i bombardamenti degli alleati e i posti di blocco dei tedeschi.
Ginisca ogni tanto si girava per guardare le amiche dal piccolo finestrino dietro. Ridevano, vestite da festa, mentre alle loro spalle scorrevano campi infiniti di canapa e di barbabietole da zucchero. Stretti sul capo tenevano fazzoletti colorati, perché il vento non rovinasse le acconciature che si erano fatte fare il giorno prima da Ines, la fruttivendola che pettinava, nelle occasioni importanti, le donne del paese. All’alba erano già tutte a casa di Ginisca, quando Ines arrivò con passo solenne per gli ultimi ritocchi ai capelli della sposa e la vestizione:
“Adess ti è bela come to’ mama,” aveva detto Redomila, la sarta che le aveva cucito il vestito, facendo un passo indietro per osservare meglio come le cadeva l’abito rifinito nella notte, dopo l’ultima prova della sera prima.
“Quale mamma delle due?” aveva subito ribattuto tra le risate Gelsa, la migliore amica di Ginisca. “Sciocca,” aveva risposto Redomila, stizzita.
Sin dal funerale, subito dopo la Liberazione, Ginisca raccontò in paese che sua mamma Tina le aveva confessato sul letto di morte di non averla trovata in un cesto abbandonato davanti a casa, come tutto Lagosanto sapeva, ma di averla cresciuta come figlia sua, su richiesta di una sua amica, morta di parto. Ai maschi non aveva aggiunto nulla di più, ma alle femmine aveva confidato che la madre e quell’amica si amavano, che le loro famiglie le avevano separate con la forza dopo averle scoperte e che lei era insieme sia la figlia di Tina sia la figlia naturale di Lucia, la bimba che avevano sognato di crescere insieme.
Arrivarono a Santa Maria in Vado in anticipo, e il camion si fermò ad aspettare sotto il Montagnone, perché la sposa almeno un po’ doveva farsi attendere. (...) Curio Poletti, il Greco, come ormai lo chiamavano tutti, da quando era tornato dalla guerra a Rodi, stava ad aspettarla sul sagrato della chiesa. A vederla tanto bella deglutì, ma faticò, perché la camicia e la cravatta non le sopportava proprio, gli stringevano la gola. (...)
Dopo l’8 settembre aveva trascorso molte notti insonni, perché era sicuro che sarebbe morto lì, ammazzato dai tedeschi, senza mai più rivedere Ginisca. Invece, eccola, radiosa nel suo abito bianco, ancora più bella della prima volta che la vide, davanti al cantiere di Lagosanto dove lavorava come muratore, e dove forse sarebbe rimasto, se non fosse partito per la guerra. (...)
Sembrava un sogno impossibile che una ragazza ricca, figlia di un proprietario terriero, tra i più grandi della provincia, potesse sposare un muratore. Ma in Italia, pensavano in tanti, tutto poteva accadere, ora che c’erano libertà e democrazia. Anche Greco aveva già votato al referendum il mattino presto, prima di vestirsi da sposo. Abitava in via Salinguerra, poco lontano da Santa Maria in Vado, dove non andava mai e dal bar Scandiana, sull’angolo del piazzale della chiesa, dove andava sempre. Era di famiglia socialista, il padre aveva preso bastonate dai fascisti durante l’assalto alla Lega rossa di Masi Torello, perciò al referendum votò Repubblica senza esitare, mentre per l’Assemblea Costituente scelse il Partito comunista.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 07:52








