L’imputato che non ha un volto: a Bari l’IA finisce a processo
Quattro udienze, una giuria popolare e un verdetto atteso il 4 novembre. Una finzione che mette in scena paure molto reali

Gli imputati, di solito, si riconoscono. Hanno un nome, un’età, una sedia dietro cui sedersi e un avvocato che gli sussurra all’orecchio. Quello che da oggi compare davanti ai giudici di Bari non ha niente di tutto questo: non ha un corpo, non ha un indirizzo, non ha un’infanzia da raccontare. Eppure il suo nome lo conosciamo tutti, perché lo pronunciamo ogni giorno, spesso senza accorgercene: intelligenza artificiale.
Si apre oggi, nell’aula della Corte di Assise, il primo processo pubblico simulato all’IA. Quattro udienze, il 9, il 16 e il 23 ottobre e il 4 novembre, con requisitoria, arringhe e verdetto finale. A presiedere il collegio c’è la presidente della Corte d’Appello, Maria Mitola. L’idea è del Club delle Imprese per la Cultura di Confindustria Bari e BAT, con la Corte d’Appello, l’Università Aldo Moro, il Politecnico e la LUM al fianco.
Un processo finto, dunque. Ma io non lo liquiderei come una trovata.
Le accuse, una per una
Le imputazioni sono lesioni, diffamazione e truffa. Dietro queste parole da codice penale ci sono storie che conosciamo bene. Una diagnosi sbagliata, scritta con il tono sicuro di chi non dubita mai. Un deepfake che mette parole in bocca a chi non le ha pronunciate. Un inganno ben confezionato, che sembra vero perché è scritto benissimo.
A queste si aggiungono due paure più grandi e più silenziose: quella che le macchine ci tolgano il lavoro e quella dell’energia enorme che serve per tenerle accese. Sono le domande che ci facciamo a cena, in macchina, davanti al telegiornale. Portarle in un’aula di giustizia significa dar loro una forma, un ordine, un tempo contingentato. Chi ha mai provato a spiegare un problema complicato sa quanto valga.
Il banco vuoto e il problema della responsabilità
Qui sta il punto che mi interessa di più. In un processo vero, quando qualcuno sbaglia, c’è qualcuno che risponde. Un medico, un direttore, un autista. Una macchina non può rispondere di niente: non ha un patrimonio da risarcire, non ha una reputazione da perdere, non prova vergogna.
Per questo il banco degli imputati, a Bari, è l’immagine più onesta dell’intera questione. Quando un sistema sbaglia, la domanda non è mai “di chi è la colpa dell’algoritmo”, ma “chi aveva il compito di controllarlo”. Chi l’ha progettato, chi l’ha messo in commercio, chi l’ha usato senza verificare, chi ha firmato un referto copiato da una risposta. La catena è lunga, e sul banco della finzione, per ora, c’è una sedia sola.
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Non voglio fare del processo una caccia al colpevole. Non cerco un cattivo, e credo che i cattivi, in questa storia, siano pochi. Cerco una regola semplice: dietro ogni risposta automatica deve restare un essere umano che ne risponde.
Perché una finzione serve più di una conferenza
Gli italiani, sull’intelligenza artificiale, hanno già ascoltato molti convegni, spesso bellissimi e quasi sempre dimenticati il giorno dopo. Un processo funziona diversamente, perché ha dei ruoli. C’è chi accusa e chi difende, chi porta una testimonianza e chi deve decidere. Ognuno è costretto a prendere posizione, a spiegarsi, a rispondere all’avversario.
Il rito giudiziario ha un’altra virtù: ci ricorda che le tecnologie non sono né buone né cattive finché non entrano nella vita delle persone. È lì che si misurano. Un’IA che aiuta un ricercatore a leggere mille studi in una notte è un miracolo di pazienza. La stessa IA, usata senza criterio da chi deve decidere su una persona, è un rischio. La differenza non sta nel software, ma nel modo in cui lo maneggiamo.
Il verdetto che conta
Il 4 novembre la giuria popolare darà il suo giudizio, e ho curiosità di sentirlo. Ma sospetto che il verdetto più importante non sarà quello letto in aula.
Sarà quello che ciascuno di noi pronuncerà tornando a casa, davanti allo schermo, la prossima volta che una risposta troppo sicura ci sembrerà vera. Fermarsi un secondo, controllare, chiedersi chi ci sia dietro. È un gesto piccolo, quasi banale, che però fa la differenza tra usare uno strumento e farsi usare da lui.
L’intelligenza artificiale, a Bari, è l’imputata. Ma forse l’imputato vero, quello che dovrebbe alzarsi in piedi, è la nostra abitudine a fidarci di ciò che non ci chiede mai scusa.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 9 ottobre 2026, 10:57









