Giampaolo Manca, ex Mala del Brenta: “Ai ragazzi dico che i soldi facili sono una rovina”
Ha trascorso 36 anni in carcere, oggi ne ha 72, scrive libri e parla nelle scuole. Il battesimo criminale a 17 anni con il furto di opere del Bellini nella sua Venezia. La vecchia guerra con Felice Maniero, il boss che vive in una casa di riposo e ha problemi di salute. “Incontrarlo? Non ha bisogno di me”

Venezia, 19 settembre 2026 – Il battesimo criminale risale al 1971, aveva 17 anni. Un furto nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, la sua città, l’obiettivo era soprattutto il Bellini. Giampaolo Manca – ‘il Doge’ della Mala del Brenta - ha 72 anni, la metà trascorsi in carcere, 12 in isolamento per omicidio. Di sé ha detto tante volte: “Ho ucciso e spacciato, sono imperdonabile”.
Oggi scrive libri, incontra i ragazzi nelle scuole, racconta la Venezia criminale in tour guidati e la sua “redenzione”, c’è quella parola nel titolo del docufilm realizzato dalla regista Gianna Isabella Magliocco, sua compagna, portato nei cinema e nei teatri d’Italia.

Giampaolo Manca: qualche mese fa un carabiniere in pensione le ha chiesto conto pubblicamente di un’opera rubata in una chiesa veneziana nel 1993. Non crede al suo pentimento, dice che non dovrebbe parlare ai giovani, ha scritto al ministro Valditara.
“Avevamo tentato di rubare quel dipinto nel ‘71, ma l’avevamo solo danneggiato. Nel ‘93 ero in carcere, in isolamento. Non c’entro niente. Per questo ho presentato querela, assistito dall’avvocato Andrea Signorini”.
Tornando invece al suo primo furto: chi lo aveva commissionato?
“Un mecenate inglese aveva preso contatto con un noto ricettatore veneziano, proprietario di un grande albergo. Conosceva il sottobosco della malavita, chiedeva le opere del Bellini e del Vivarini. Poi si spaventò del clamore, non volle più i quadri. Ma noi li avevamo rubati. Alla fine prendemmo la metà della cifra promessa, 150 milioni. Non ci bastava. Così chiedemmo un riscatto alla Soprintendenza. E siamo finiti tutti in galera, anche il proprietario dell’albergo. Erano gli anni del saccheggio nelle chiese veneziane”.
Padre finanziere, mamma albergatrice: come esce criminale?
“L’avrò raccontato un miliardo di volte. Ho avuto un papà molto severo, troppo severo. In casa c’era violenza dalla mattina alla sera, io e mio fratello gemello Fabio scappavamo di casa. Poi per la strada conosci tutti”.
Oggi come si definisce?
“Una persona che prende atto di tutto ciò che ha commesso nel tempo, che soprattutto ha ritrovato la fede e cerca di riparare, anche se è impossibile. Provo a dare il mio contributo raccontando ai ragazzi che cosa significa questa vita. Per ammonirli che non vai da nessuna parte, devi scegliere la strada del bene, del sacrificio, della scuola e del lavoro, devi ascoltare la famiglia. Tutto quello che non ho fatto io”.
Perché, secondo lei, c’è un aumento preoccupante di criminalità giovanile?
“Sicuramente abbiamo un problema con i ragazzi di seconda generazione ma c’è anche il cattivo esempio di tanti rapper che incitano alla violenza: pistole e cocaina. Non solo. Sfoggiano orologi e collane costosissimi. I giovani vogliono imitarli e se non hanno la possibilità spacciano”.
Lei è credente?
“Assolutamente sì. Di recente sono stato dai Carmelitani Scalzi a portare la mia testimonianza, mi sono commosso. In quel racconto c’è tanto di me”.
Sui social è un personaggio, l’abbigliamento sempre elegante, i cappelli. Così non rischia di fare passare un messaggio sbagliato?
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“C’è addirittura chi ha scritto che faccio apposta, voglio essere un dandy, mi vesto in un certo modo ricercato. Questi signori devono sapere che porto il doppiopetto da quando avevo 17 anni. Io mi sono pentito davvero, l’abito non c’entra”.
Chi sono i committenti dei furti d’arte?
“Rispondo così: una volta mi è stato proposto di rubare un Van Gogh in Olanda, avrò avuto 27-28 anni. Il furto era stato commissionato da un’assicurazione”.
Le opere che non si ritrovano che fine fanno?
“Ci sono baratti che non vanno a buon fine e così vengono distrutte. Le opere d’arte sono invendibili. Il collezionista malato che vuole avere in casa un capolavoro per mostrarlo agli amici? Tutte leggende metropolitane. Parliamo di soldi, solo di soldi”.
Quindi lo sterco del diavolo ha sempre la stessa attrattiva, dai suoi tempi ad oggi.
“Quella è una mia definizione e continuo a pensarla esattamente così”.
Lei aiuta associazioni, racconta la sua conversione. Sarebbe pronto a incontrare Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta che oggi vive in una casa di riposo, ha problemi di salute e a quanto risulta è anche in difficoltà economiche?
“Umanamente mi fa pena, l’ho sempre detto da quando ho saputo che non sta bene, anche perché mio fratello gemello è nelle stesse condizioni”.

In passato non è stato tenero: io ho fatto 36 anni di galera lui 13 perché ha collaborato, gli ha rinfacciato.
“Se sei nel bene non puoi più odiare nessuno”.
Sarebbe pronto ad aiutarlo?
“Felice non ha bisogno di Giampaolo Manca. In galera facevamo la gara a chi era più matto. Incontrarlo? A cosa serve. E poi è ancora sotto protezione, è un collaboratore di giustizia”.
Lei non ha mai fatto i nomi di nessuno.
“Io ho pagato le mie colpe, perché avrei dovuto coinvolgere altri?”.
Le persone pensano che lei abbia un tesoro nascosto da qualche parte?
“Tanti dicono che sono pieno di soldi. Ma io ho una pensione sociale. Il mio tesoro è la gente che oggi mi vuole bene”.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 21 settembre 2026, 21:38









