Giallo della ricina, l’orrore di un piano di morte in due tempi
Dalle ultime ricostruzioni viene fuori che il veleno potrebbe essere stato somministrato in fasi diverse. Così si alza anche la qualità criminale del gesto

Roma, 22 luglio 2026 – Il giallo di Pietracatella inquieta per molte ragioni, ma quella che mi toglie il sonno è arrivata nelle ultime ore. La ricina potrebbe essere stata somministrata in due tempi. Se l’indiscrezione venisse confermata, non cambierebbe soltanto la ricostruzione dei fatti, ma anche la qualità criminale del gesto. Esiste infatti una una distanza morale enorme tra provocare una morte e tornare a controllarla. Chi ha avvelenato una seconda volta ha già visto la prima: ha visto il vomito, l’ambulanza, il letto d’ospedale, la remissione dei sintomi. E ha deciso che non bastava.
Fa paura la pazienza. Nessun sangue, nessuna colluttazione, nessun vetro rotto. Solo qualcuno che rientra in una cucina dove le persone si fidano e corregge il tiro. Perché il veleno non richiede colluttazione e nemmeno rabbia nel momento del gesto. La sostanza non è stata scelta casualmente. La ricina dà sintomi dopo ore, non dopo minuti. A Natale i pronto soccorso sono pieni di gastroenteriti e il tentativo di camuffamento faceva indubbiamente parte della piano.
L’accertamento sulla ricina è arrivato quattro mesi dopo le morti. Un periodo notevole di vantaggio per chi ha scelto cosa usare per non fallire nel suo proposito sanguinario: 722 nanogrammi per millilitro nel sangue della madre Antonella, 630 in quello della figlia Sara. Questa è intossicazione acuta massiva in due tempi che implicano ripetizione e verifica.
Una verifica che ha lasciato una traccia logica che vale più di dieci indiscrezioni. Sara sembrava essersi ripresa ed era stata dimessa. È tornata a stare male poche ore dopo, con un secondo accesso in ospedale. Chi ha agito sapeva del miglioramento e ha potuto riaccedere alla scena del crimine. Dal punto di vista investigativo è un filtro, e taglia fuori quasi tutti.
Resta però la domanda che nessuno vuole formulare. Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita sono morte. Il marito e padre Gianni di Vita è sopravvissuto, ma non è stato possibile escludere che anche lui abbia assunto una dose minore, perché la ricina si degrada.
Dunque, le letture sono due, e sono incompatibili. O il vettore era condiviso e il bersaglio era la casa. Oppure il bersaglio era uno solo, e l’altra è stata un costo messo in conto. Chi accetta la morte di una quindicenne per arrivare a qualcun altro non ha sbagliato i conti. Li ha fatti.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 22 luglio 2026, 16:51








