Cuba è tante cose. La ricetta di Ailena: “Voglio continuare a costruire nel mio Paese”
Ailena Alberto Águila, l’architetta che da urbanista è tornata alla campagna e ha fondato di una finca agroecologica: “La terra è stata la mia risposta alla crisi”

Per quindici anni Ailena Alberto Águila ha progettato città e processi partecipativi insieme alle comunità di Cuba. Poi, nel 2024, ha scelto di lasciare tutto per andare a vivere in campagna. Oggi è architetta, urbanista e fondatrice di Finca Vhidra, un'azienda agricola rigenerativa di quindici ettari nella provincia di Camagüey. Il suo percorso è raccolto in un libro, “Vhidra. Crónicas de una giraluna”, una sorta di diario di bordo di quella scelta. Una decisione che sembra improbabile, presa in uno dei momenti più duri della storiarecente del suo Paese. Per spiegare perché l'abbia fatta, Ailena parte da lontano. Molto più lontano dei blackout di questi mesi.
Una crisi che viene da lontano
“Non è una crisi di pochi mesi”, avverte. Nella sua lettura pesano decenni di pressione statunitense, inasprita negli ultimi anni con l'amministrazione Trump, che ha limitato l'accesso a carburante e beniessenziali. Una lettura che Washington contesta, sostenendo che la situazione dipenda da problemi di gestione economica interna. A questo si è aggiunto l'indebolirsi dei legami con Paesi amici dell’area, come Venezuela e Brasile, da cui arrivavano risorse in cambio, fra l'altro, dei servizi medici cubani.

Ma la crisi, per Ailena, ha anche una radice interna: “La dipendenza. Negli anni Novanta il Paese dipendeva dall'Europa dell'Est, oggi da altri partner e – secondo lei – è una lezione che i cubani non hanno ancora imparato”.
Da quella stagione era nato anche qualcosa. La società civile si era rafforzata, la cooperazione internazionale aveva sostenuto progetti comunitari e nelle campagne si era cominciato a mettere in discussione l'agricoltura industriale, dipendente dai combustibili fossili. Fu, secondo Ailena, uno spartiacque: il momento in cui l'agroecologia, e l'idea di risolvere i problemi partendo dalle risorse e dalle capacità dei territori, si è fatta strada nel Paese.
Quella spinta, però, si è fermata a metà. Il settore privato e cooperativo è stato a lungo tollerato più che coinvolto, spiega, e di rado è stato chiamato a decidere con le istituzioni come risolvere i problemi locali. Anche la cultura fiscale è recente, e così il circolo diventa vizioso: se chi paga le tasse non vede tornare servizi, come la raccolta dei rifiuti, fatica a sentirsi parte di un patto con la comunità.
Il filo che si è spezzato
Intanto lo Stato ha ridotto la sua presenza proprio dove era stato più forte: scuola e sanità, a lungo pilastri della società cubana. Nelle zone rurali scuole e presidi medici sono sempre meno, e la povertà e l'emigrazione crescono. Ailena parla di una frattura sociale che va oltre la questione energetica ed economica, e di una fiducia nelle istituzioni che si sta incrinando.
Il cambiamento che più la colpisce, però, è un altro. Lo racconta confrontando la crisi di oggi con quella degli anni Novanta. "Allora c'era molto di tessere insieme al proprio vicino. C'era uno scopo collettivo di fronte a un problema che toccava la vita di tutti i giorni”. Oggi, sostiene, le risposte sono sempre più individuali. “Quel tipo di alternative sono sempre più rare, più puntuali: sono spazi di resistenza”. Molti, aggiunge, non riescono a immaginarsi un futuro a Cuba, e in questo vuoto trovano spazio anche posizioni più conservatrici.
Poi descrive la vita quotidiana di chi vive lontano dalla capitale. L'Avana, dice, sente la crisi in modo più intenso solo da un anno, mentre nel resto del Paese si convive da anni con blackout di venti ore, difficoltà a procurarsi il cibo, trasporti limitati e rifiuti non raccolti. Una vita ridotta alla sopravvivenza, osserva, che rende comprensibile il crescere del malcontento.
“Un colpo di fulmine”
Ailena veniva da quindici anni accanto a gruppi e comunità: prima nell'ufficio del centro storico dell'Avana Vecchia, con piani partecipativi e di sviluppo locale, poi in organizzazioni internazionali di cooperazione, fra progetti di sviluppo e risposta umanitaria. Nel 2024 quel percorso si chiude, in pieno periodo critico, e si ritrova a chiedersi dove stare.
“Volevo restare a Cuba, non volevo migrare. Volevo continuare a costruire nel mio Paese”. La risposta, racconta, è stata la terra: andare in campagna, rigenerare un luogo. E, aggiunge, guarire: “Credo di avere avuto anche una ‘crisi di fede’. Avevo bisogno di un processo di guarigione, come la terra dove sono arrivata”.
La strada gliel'ha indicata la cooperazione. Ailena ha collaborato, come professionista, alla prima fase di CAPROCA (Apoyo a la seguridad alimentaria y nutricional en dos municipios de Camagüey con enfoque de género y generacional), iniziativa internazionale dedicata al rafforzamento della sovranità alimentare e della resilienza climatica nella provincia di Camagüey, con attenzione alle dimensioni di genere e generazionale. Un'esperienza che le ha permesso di conoscere da vicino le realtà agroecologiche e le comunità del territorio.
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Oggi COSPE, insieme ad ACPA, co-guida CAPROCA II, progetto dedicato all'agroecologia e alla giustizia di generenelle aree rurali di Camagüey, la stessa zona in cui Ailena ha dato vita a Finca Vhidra.
È grazie a quella rete di contadini e contadine incontrata nel progetto che ha trovato la terra, assegnata in usufrutto per vent'anni in base a una norma sui terreni inutilizzati. Era un pezzo di campagna degradato, deforestato e sfruttato dal sovrapascolo. «Ho visto il posto, mi è piaciuto il paesaggio, anche così deteriorato. È stato come un colpo di fulmine».
Una finca che si rigenera
A Cuba una finca è una piccola azienda agricola, una fattoria. Della sua, da due anni e mezzo, Ailena ne cura circa due terzi. L'idea è l'agroforesteria: alberi da frutto e da legname che crescono insieme a platano, manioca, zucca e fagioli, pensati per l'alimentazione della famiglia e della comunità e, col tempo, anche per la vendita. Per questo ha dovuto lavorare anche sulla cultura alimentare, “perché ci sono cose che qui non si mangiano”.
Gli animali pascolano fra gli alberi, che danno ombra e rigenerano il suolo, mentre il terreno resta sempre coperto da rami tagliati e piante leguminose per conservare l'umidità. Non è solo una scelta di metodo: la zona soffre la siccità e la stagione delle piogge, con il cambiamento climatico, si è accorciata. «Volevo dimostrare che è possibile, e che è anche necessario», dice.
Poi c'è l'energia, che in un Paese con blackout continui è anche una questione di coerenza. Un impianto fotovoltaico, pagato con una colletta di amici all'estero (circa 2.000 dollari, «una cifra proibitiva per noi»), alimenta la casa. L'energia solare, per inciso, è anche al centro della campagna per la raccolta fondi di COSPE per Cuba (qui il link per sostenerla) per ribadire l’importanza dell’utilizzo di fonti rinnovabili là dove i rubinetti del gas sono stati chiusi. Tornando alla finca, invece, un mulino a vento porta l'acqua dal pozzo. Un biodigestore, in costruzione, trasformerà il letame in gas per cucinare.
Anche la casa è un esperimento firmato dall’architetta. Al posto delle lamiere di zinco, fragili davanti ai cicloni, tre stanze su quattro sono coperte da volte in mattoni: una tecnica antichissima che usa pochissimo cemento e niente acciaio. Serve manodopera esperta, ma è più economica, più fresca e luminosa. E infine il nome, che è tutto un programma. “La V è di verde, hidra richiama l'acqua”, spiega, ma anche un piccolo organismo acquatico, l'idra verde, che se si tagliano i tentacoli si rigenera. “Giocavo con l'idea della rigenerazione”, racconta, e voleva una parola breve per dirla.
Il peso della cura
C'è un tema che Ailena non vuole lasciare ai margini: essere donna in campagna. “È una sfida, per una donna, portare avanti un'impresa di questo tipo a Cuba. Il contesto è maschilista, patriarcale, e quello rurale è ancora più difficile”. Anche in un Paese che ha fatto dei diritti delle donne una bandiera, osserva, nelle campagne il loro lavoro resta spesso invisibile e non retribuito.
Lo vive sulla propria pelle. Assume compiti da sempre maschili, dal lavoro nei campi all'edilizia, ma le regole della cura non cambiano. “Ora faccio più lavori, costruisco, sbrigo pratiche, e in più c'è il mondo domestico, la cura della famiglia, il bucato”. Per questo non le basta parlare di empowerment: “Non si tratta solo di dare potere alle donne, ma di ridistribuire i lavori di cura”. Una responsabilità, insiste, anche sociale: quando nelle campagne mancano servizi di assistenza, il peso ricade sulle donne.
La crisi lo amplifica. “Quando un Paese non ha combustibile per cucinare, chi cucina con legna e carbone? Chi si ammala ai polmoni?” E quando manca l'acqua, chi la porta per il bagno e per la cucina? “A me, in questo tempo, è cambiata moltissimo la pelle”, racconta, “a furia di usare non solo il machete, ma anche di cucinare col carbone”. Nella zona in cui vive vede anche gravidanze precoci e ragazze giovanissime con molti figli, a rischio di dipendenza economica e di violenza. Da qui il desiderio di fare della finca anche uno spazio per le donne, fondato su una cura condivisa.
“Un luogo vivo, non una vetrina”
Finca Vhidra non vuole essere un'isola. “Non dico una vetrina, perché non lo è: è uno spazio vivo di scambio di conoscenze”, dice Ailena, che immagina la finca come un luogo dove altri contadini e contadine possano vedere alternative concrete. Fa parte di una cooperativa che è in parte beneficiaria della seconda fase di CAPROCA, e pensa ad alleanze per arrivare insieme ai mercati: “Io produco un po', un'altra un po', e insieme possiamo arrivarci”.
Non lo racconta come una favola. La povertà si concentra soprattutto nelle campagne, dove senza carburante gli spostamenti sono quasi impossibili: lei pedala per 17 chilometri, ma non tutti possono o vogliono farlo. Eppure proprio le aree rurali, dice, potrebbero essere un luogo di resistenza, se non ancora di speranza. E a chi guarda Cuba da fuori lascia un invito alla prudenza. “Cuba è complessa. Si legge in tanti modi, e dipende anche da chi te la mostra. Non si può dire “Ho la foto di Cuba, questa è Cuba”: Cuba è tante cose”.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 12:43


