"Addio campo largo". E il centrosinistra si incarta sul nome
L’area progressista non è nuova a crisi d’identità. La ricerca di simboli spesso in assenza di programmi

Roma, 12 ottobre 2026 – "Campo largo, locuzione sostantivale maschile: progetto di ampliamento della coalizione di centro-sinistra sia verso forze collocate più al centro nello schieramento politico sia verso forze collocate più a sinistra". Gira almeno dal 2005 sui giornale, la definizione così abilmente riassunta dalla Treccani. Vent’anni che si parla di “campo largo“ come ipotetico sinonimo di un centrosinistra senza confini. E poi che succede? Che a un certo punto nell’aspirante coalizione che discute su tutto qualcuno non ne può più e chiede di farla finita. "Non chiamiamoci campo largo, via questo nome per favore", si è appellato sabato sera Angelo Bonelli di Avs agli altri alleati.
Il campo ha preso il largo. Bonelli già da tempo insiste che bisogna cambiare nome, anche perché tecnicamente quel nome esiste solo sui giornali. La sua proposta, lanciata in estate, è “Alleanza per la Pace e l’Ambiente“, con tanto di acronimo già pronto, APA, meglio – dice Bonelli – del nome cui pensa Giuseppe Conte che, facendo sua in realtà la proposta del dem Andrea Orlando, vuole presentare la coalizione agli elettori sotto le insegne della “Alleanza per la Costituzione e la Democrazia“. "È un po’ troppo lungo e con un acronimo impronunciabile: ACD", l’analisi lessicale e filologica di Bonelli.
Già sono divisi sul programma, sulla leadership, sulle primarie, sull’Ucraina, sulla sicurezza, sull’immigrazione. E nel centrosinistra trovano il tempo di dividersi anche su come chiamarsi/farsi chiamare? Il rebus del nome, in realtà, è tutto tranne che un gioco. È una storia di alterne fortune, quella che nel centrosinistra porta a discutere sul “chi siamo“. Forse perché la tendenza tafazzista al dibattito porta a definirsi in contrapposizione a qualcosa, più che in proposizione di qualcos’altro. Quindi serve un ombrello, un tetto, un’etichetta. Chi cerca una difficile identità almeno prova a darsela sui documenti.
E così, mentre il centrodestra il problema non se l’è quasi mai posto, se non quando agli albori dell’epoca berlusconiana la Casa delle Libertà e il Polo delle Libertà furono abili operazioni di marketing politico per farsi conoscere e accattivare un elettorato latente, dall’altra parte la crisi identitaria è una questione seria. Nel 1994 per primi furono “I Progressisti“ di Achille Occhetto, evoluzione delle coalizioni di centrosinistra nate localmente nella irripetibile stagione dei sindaci del 1993. Chiamarla "gioiosa macchina da guerra" non portò poi molta fortuna a quella coalizione.
A sparigliare tutto c’è voluto però il campione del bipolarismo anti-berlusconiano, Romano Prodi. Prima “L’Ulivo“ dal 1995 al 2004 – forte, radicato, resistente –, poi “L’Unione“ dalle primarie 2005 alla striminzita vittoria del 2006 fondata proprio su un’unione intesa come somma, tra l’Udeur di Mastella e i dissidenti dentro Rifondazione comunista. L’ultimo ad addentrarsi nell’ardua ricerca dell’io è stato Pier Luigi Bersani: “Italia. Bene comune“ nel 2013 non vinse anche se arrivò prima (cit.). Perché certi destini, a sinistra, rischiano di non essere necessariamente scritti in un nome.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 12 ottobre 2026, 08:51







