Elezioni politiche del 2027, la destra e le sue priorità: identità, ordine, sicurezza. La campagna elettorale della maggioranza sarà più politica che economica
L’analisi: il governo punterà anche sulla stabilità come carta da giocare alle urne

Roma, 23 settembre 2026 – L’abolizione del bollo auto rischia di essere, al tempo stesso, la più popolare e l’ultima misura di politica economica apertamente elettorale che il governo possa permettersi. Non perché a Palazzo Chigi sia improvvisamente tramontata la tentazione di parlare al ceto medio attraverso il portafoglio – tentazione connaturata a ogni democrazia competitiva – ma perché il contesto europeo e i conti pubblici italiani hanno ristretto drasticamente il margine della politica.
Molti governi hanno coltivato l’illusione che ogni legge di bilancio fosse una sorta di mercato elettorale: si distribuivano detrazioni, bonus, proroghe e micro-incentivi nella convinzione che il consenso potesse essere acquistato a rate, con coperture spesso provvisorie e risultati strutturali quasi sempre modesti. La disciplina fiscale europea, insieme alla procedura di rientro dal disavanzo prevista dal nuovo patto di stabilità, rende oggi questi tentativi molto meno praticabili. Non si tratta soltanto di rispettare parametri astratti dettati da Bruxelles, ma di finanziare un debito enorme in un ambiente internazionale più instabile, con tassi ancora più alti di quelli ai quali l’Italia si era abituata nel decennio precedente e una crescita troppo debole per assorbire con disinvoltura nuove promesse di spesa.
In questo quadro, l’abolizione del bollo auto ha una logica politica episodica verso una tassa visibile, largamente impopolare e percepita come particolarmente irritante su un bene di uso quotidiano diffuso come l’automobile.
Ma proprio per questo il provvedimento ha i caratteri dell’eccezione, non dell’avvio di una manovra spendi tutto. Di fatti, una volta imboccato il sentiero previsto dal patto di stabilità che Meloni stessa ha firmato, il governo avrà davanti a sé una scelta inevitabile: preservare la credibilità conquistata nei confronti dei mercati e dei partner europei, oppure tentare una manovra pre-elettorale di dimensioni tali da mettere in discussione la traiettoria del deficit. La seconda opzione sarebbe costosa, rischiosa e in fondo contraddittoria rispetto alla principale risorsa politica dell’esecutivo: l’immagine di un governo di destra che, diversamente da molte esperienze precedenti, non ha trasformato l’accesso al potere in una prova di improvvisazione finanziaria e che grazie a questa responsabilità può custodire la stabilità.
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Giorgia Meloni ha costruito una parte essenziale della propria legittimazione sul fatto di aver normalizzato la destra di governo senza dissolverne l’identità. Ha conservato toni netti su immigrazione, sovranità, sicurezza e difesa dell’interesse nazionale, ma ha evitato le fughe in avanti che avrebbero potuto allarmare investitori, istituzioni europee e apparati dello Stato. È una formula che può apparire meno spettacolare delle promesse del passato, ma è politicamente più solida: in un Paese gravato da debito, bassa produttività e declino demografico, la stabilità diventa essa stessa una prestazione di governo.
Per questa ragione, la prossima campagna elettorale della destra non sarà verosimilmente dominata da promesse economiche. Sarà una campagna più politica che economica, più identitaria che redistributiva. Al centro vi saranno la sicurezza urbana e territoriale, il contrasto all’immigrazione irregolare, il controllo delle frontiere, il rapporto fra legalità e degrado nelle periferie. Temi che parlano a una domanda sociale profonda e che consentono alla coalizione di ricomporre elettorati diversi: il ceto medio impaurito dalla perdita di status, l’anziano che chiede protezione, il piccolo imprenditore ostile alle politiche green, l’elettore moderato che teme il ritorno dell’instabilità.
L’altro argomento sarà il più difficile da rendere emotivamente efficace, ma forse il più importante: la stabilità. Non soltanto la stabilità dei governi, che in Italia resta un bene raro, bensì quella della postura internazionale, delle scelte di bilancio, dei rapporti con l’Europa e della continuità amministrativa. La promessa implicita sarà questa: non abbiamo risolto tutti i problemi, ma abbiamo impedito che il Paese finisse fuori strada in un ambiente internazionale difficile. La campagna elettorale, dunque, guarderà a ciò che, di questi tempi, può mobilitare l’elettorato: identità, sicurezza, ordine e affidabilità del potere.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 23 settembre 2026, 07:15









