Il centrosinistra ci riprova: "Non dite più ’campo largo’. Programma in 15 giorni"
Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni con Magi. L’idea di un nuovo nome. La leader Pd: "Un pezzo di establishment non vuole un’alleanza progressista".

Roma, 11 ottobre 2026 – Sullo scontro diretto è tregua forzata: con gli elettori che hanno già le valigie in mano, l’opposizione non può permettersi altri strappi. Altrimenti addio campo largo. Ops, campo largo? Giammai. Al Palladium, per la festa del Manifesto, l’unica certezza tra i leader è che quel nome porta sfiga. Come sostituirlo non si sa – Conte insiste con l’alleanza per la Costituzione – ma intanto il marchio finisce al macero. Riuniti dopo l’intemerata di Elly alla direzione Pd, Conte e Schlein evitano di beccarsi. Anzi, si salutano con un abbraccio: dello strappo M5s paventato alla vigilia non c’è traccia. In compenso, fuoco a volontà sul centro.
La segretaria del Pd aveva aperto le danze al mattino a Firenze, alla festa del Foglio. "Ci diranno sempre: si vince al centro, con un candidato moderato. In vent’anni ci hanno fatto perdere così. È ora di cambiare", avverte, precisando che "la responsabilità della prima forza di opposizione non va confusa con l’ingenuità". A Roma rincara: "Un pezzo di establishment non vuole un’alleanza progressista. Non siamo qui per farci raccontare che serve un leader più rassicurante o disponibile alle larghe intese. Io dico: mai più". La cospirazione non è più solo contro di lei, ma contro l’intero centrosinistra. I moderati non la prendono bene. "Schlein è arrogante e ingenerosa, senza centro si condanna al ciglio. L’ultima vittoria è stata con Prodi, grazie al centro", sbotta Clemente Mastella. A chi altri fischiano le orecchie? C’è l’imbarazzo della scelta. Ma se Elly allude, Riccardo Magi fa il nome: Matteo Renzi. "Serve una lista unitaria, anche con lui. Non ho pregiudizi", punge. "Sulle firme c’è stata una battaglia comune, ma sul centro ha cercato una posizione dominante". Peraltro, Magi (cordata Onorato) precisa di non esser mai stato centrista né moderato: si definisce tale solo "per amor di patria".
Al sodo, a dividere è l’Ucraina. Quando il direttore del Manifesto Andrea Fabozzi tocca il tasto dolente, i segretari galleggiano in risposte fluviali per dir poco. Magi fa l’equilibrista; Bonelli e Fratoianni confermano il no al riarmo e, con prudenza, all’invio di armi. Schlein la prende larga: cita Silvestri sulle "4850 cose in comune" per prender tempo e poi ammettere la spaccatura su Kiev. Eppure a Firenze era stata così esplicita da incassare i complimenti di Crosetto: "La priorità della sinistra è difendere il diritto internazionale, calpestato dall’invasione russa". Ma una cosa è il palco del Foglio, un’altra quello del Manifesto.
Qui Conte esce allo scoperto. Vola alto: evoca un ordine internazionale da ricostruire, rivendica la Via della Seta (chiusa su spinta americana), vellica l’anti-imperialismo e ruba a Giorgia le battute sull’interesse nazionale. Pur senza giustificarlo, trova attenuanti per Putin: la distanza dal Pd resta siderale. Sulle primarie Magi, Bonelli e Fratoianni sono adamantini: le aborrono apertamente. Non piacciono neppure a Elly. Sarebbe tanto più facile fare candidare direttamente il leader del partito più forte, cioè lei, ma siccome non si può, toccano le primarie.
Naturalmente previa intesa sul programma. Il leader di +Europa sfodera finte istruzioni Ikea per “montare il tavolo”. Quanto ci vorrà? Schlein non fa pronostici, ma assicura d’esser pronta a star sveglia "tutta una notte" per farcela. Se basta così poco, si proceda. Conte è più realista. Incalzato, azzarda: "Ce la possiamo fare in due settimane". Sulle primarie giura zero ambizioni: ha già fatto il premier due volte, figurarsi la terza. Lo dice con faccia seria: ottima prova di recitazione. Ma allora perché farle? Perché l’importante, sentenzia strappando l’applauso, "è portare a votare gli elettori".
Senza primarie, fa capire, la gente diserterebbe le urne. Certo, afferma, se si potesse scegliere il premier in base al partito più votato, le cose sarebbero diverse. Ma la destra ha sbarrato la strada con la sua legge elettorale. Peccato che in tempi non sospetti, col Rosatellum in pole position, giurasse il contrario: "Impossibile decidere così il premier". Il sospetto è che conceda oggi ciò che negava ieri perché ormai impraticabile. Attenzione: se la Consulta rendesse facoltativa l’indicazione anticipata del premier, gli alleati ricorderanno bene le parole di ieri.
Ultimo aggiornamento: Domenica 11 ottobre 2026, 10:58








