Legge elettorale, approvato lo Stabilicum. La premier: “La scelta torna agli italiani”
Sì della Camera con 227 sì e 164 no, ampia maggioranza e nessun colpo di scena per il terzo passaggio in Aula. Solo 8 defezioni nel centrodestra. Ancora incerta data del voto. E sullo sfondo c’è l’incognita della Consulta

Roma – A luglio l’agguato dei franchi tiratori sulle preferenze, giovedì 8 ottobre la rivincita. In un’aula stracolma la maggioranza vara lo Stabilicum (227 sì contro 164 no). Ma la vera notizia è nei tabulati: al netto dei cambi di schieramento, le defezioni nel centrodestra si fermano ad appena otto. Una truppa militarizzata che chiude una maratona di 224 giorni e permette a Giorgia Meloni di incassare il risultato e rilanciare: “La prossima volta che gli italiani andranno a votare potranno scegliere tutto: partito, coalizione, programma, candidato premier e parlamentari”.
Simile la posizione di Giovanni Donzelli in Aula: “Con questa riforma entriamo nella Terza Repubblica”. Nel tripudio generale, tanto la leader quanto il responsabile dell’organizzazione di FdI finiscono però per confermare le accuse dell’opposizione: lo Stabilicum è un antipasto di premierato. Meloni lo lascia intendere, il regista della riforma lo esplicita scivolando persino in un lapsus increscioso: “Con questa legge vogliamo stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più”.

La destra dentro e fuori Montecitorio festeggia compatta, divisa solo sull’ipotesi del voto anticipato: Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario di fiducia, suggerisce le urne a giugno per tornare alla “normalità”, Tajani si indispettisce (“Si arrivi a fine legislatura”).
La premier taglia corto: “Non seguo dibattiti surreali”. E in fondo non ha torto, perché a decidere la data saranno fattori ben lontani dalla volontà politica: robetta come due guerre e il rischio di una crisi finanziaria che, parola di Guido Crosetto, farà sembrare quella del 2008 “una caccoletta”.
Per disciplinare i riottosi, la premier non si è affidata solo ai richiami all’ordine. Assente ai banchi del governo come aveva preannunciato, ha controllato i suoi a distanza. Mai vista una simile militarizzazione in Aula: dirigenti FdI a vigilare sul voto dagli scranni alti, forzisti con fogli di carta incastrati sul tasto del “sì” per fugare i sospetti e il leghista Zinzi che persino si filma. L’opposizione si sgola, ma conta il risultato. Il blitz era ormai impossibile: ai controlli fisici Meloni ha aggiunto l’ultimatum, trasformando la legge in una fiducia di fatto. O passa il testo, o c’è la crisi immediata.
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Da tempo, peraltro, l’opposizione confida nei due filtri istituzionali: Quirinale e Consulta. Il Colle, però, difficilmente interverrà di nuovo: ha già ottenuto modifiche sostanziali al testo. Le “concessioni” rivendicate da Donzelli in Aula (tetto sceso al 55%, premio alzato al 42% e inclusioni su Trentino e liste minori) sono quasi esclusivamente frutto della moral suasion presidenziale. Mattarella non andrà oltre.
Più delicata la partita con la Consulta. I profili a rischio sono diversi, ma nessuno letale per l’impianto della legge. È probabile una sforbiciata all’obbligo di raccogliere un oceano di firme per i partiti extraparlamentari: un ritocco che la maggioranza incasserebbe senza drammi. Anche rendere facoltativa l’indicazione del premier sarebbe uno smacco superabile, pur togliendo un grosso ostacolo al centrosinistra. E persino un ricalcolo al ribasso del premio (dal 55% al 53%) verrebbe digerito da Palazzo Chigi senza intaccare l’architettura dello Stabilicum.
Il vero scoglio riguarda il premio di maggioranza al Senato. Un nodo capace di smantellare la legge, come avvenne nel 2006, quando Ciampi ottenne lo stralcio del premio nazionale a Palazzo Madama per il contrasto con l’articolo 57 della Costituzione (che impone l’elezione su base regionale). È l’ultima speranza dell’opposizione e l’unico spauracchio in via della Scrofa. Un timore, tuttavia, arginato dai precedenti: con la successiva sentenza sull’Italicum, la Consulta ha infatti chiarito che la Carta esige sistemi elettorali capaci di garantire maggioranze omogenee nei due rami. Su questo assunto si fonda l’ottimismo del governo e di molti costituzionalisti.

Se la data del voto è un’incognita, sulle alleanze la partita è già aperta. In Aula, Edoardo Ziello ha chiesto l’ingresso di Futuro Nazionale nel centrodestra: “La priorità è fermare le sinistre, serve un’interlocuzione seria”. Vannacci bussa, ma Meloni non apre: ha escluso il doppio turno proprio per non avvantaggiare colui che molti dei suoi definiscono un “saprofita della destra”. Tratterà col generale solo se e quando quest’ultimo si troverà in posizione di debolezza. In compenso, il passaggio al Senato ha permesso di arruolare Cateno De Luca, che già forte di un patto con gli ex leghisti del Nord porta in dote voti limitati ma forse decisivi. Le regole ci sono, la corsa può iniziare. L’unico limite alle previsioni è il calendario: da qui a dicembre, può ancora succedere di tutto.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 9 ottobre 2026, 09:54








