Quel non-detto sulle armi, Meloni equilibrista su Kiev
La risoluzione di maggioranza in vista del Consiglio europeo non menzionerà l’ultimo azzardo di Trump. La mossa per tenere insieme gli alleati. Ma nel discorso in Aula resterà la linea atlantista

Roma, 13 ottobre 2026 – Risoluzione parlamentare dai toni volutamente spenti, per non far esplodere in Aula le tensioni della maggioranza sulla politica estera. A Bruxelles, invece, parte il pressing: una lettera al presidente António Costa, firmata assieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz e al premier belga Bart De Wever, per reclamare più investimenti e meno burocrazia. Su questi due tavoli Giorgia Meloni prepara le comunicazioni di domani alle Camere in vista del vertice del 15 e 16 ottobre, stretto tra crisi internazionali ed economia.
Il documento di maggioranza tocca tutti i dossier del vertice, ma il nervo scoperto resta l’Ucraina. Ne esce un testo vago che ribadisce la richiesta di un mediatore Ue o “la definizione di un formato” condiviso dagli Stati membri e rinnova l’appoggio a Zelensky, glissando sulle forniture d’armi. Nessuna traccia nemmeno delle ultime sparate di Trump. Poco probabile che la bozza cambi. “Non possiamo aggiornare i testi ogni volta che Trump cambia idea, cioè ogni 45 minuti”, taglia corto un alto dirigente di FdI.
Il non-detto è squisitamente politico: a Matteo Salvini le iniziative del presidente americano sono piaciute, agli alleati per niente. In Parlamento la premier è decisa ad affrontare il quadro aggiornato. Ribadirà l’inossidabile lealtà nei confronti dell’Ucraina, respingendo al mittente l’ingerenza dell’ambasciatore russo a Roma, Alexey Paramonov, e la sua “altra Italia che dice no alla guerra”. Meloni escluderà la fine dell’embargo sul gasolio russo, schivando l’appello lanciato ieri in Assolombarda dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini (“non ci può essere ideologia sull’energia”), e considererà chiusa la tregua energetica trumpiana, già liquidata da Mosca. Pieno sostegno a Zelensky (aperto al voto in caso di vera tregua) e, casomai uscisse il tema, conferma della linea europeista sulla Corte Penale Internazionale.
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Ma il vero scontro non sarà su Kiev: il braccio di ferro si giocherà sull’energia. Da Milano Meloni ha già alzato la voce (“non andiamo al tavolo solo per dire di sì”), mettendo nel mirino i vincoli di bilancio e l’Ets, il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione. Istanze che ricalcano la lettera a Costa: corsia veloce per gli investimenti, stop ai nuovi oneri e drastico taglio della burocrazia. Un asse su cui la Commissione ha aperto uno spiraglio ai 15 Paesi “Amici della competitività”.
Muro contro muro, invece, sull’Ets2. Il commissario al Clima Hoekstra non intende rinviarne l’avvio previsto tra il 2027 e il 2028: il meccanismo estenderà il mercato delle emissioni (e quindi i costi) anche a carburanti, riscaldamento a gas e piccole aziende. Un vero salasso per cittadini e tessuto produttivo. E se sui conti Bruxelles continua a dire “no”, a Palazzo Chigi filtra ottimismo: la frenata dell’economia europea è palese e in Germania Merz attraversa una fase di debolezza politica. I margini per trattare, insomma, ci sono tutti. Per Consiglio e Commissione, del resto, non sarà facile resistere alla pressione congiunta di Italia e Francia, decise a strappare concessioni in materia di flessibilità, magari ribattezzandola con un altro nome per non irritare i “falchi” dell’austerità. Infine, benché l’Ets non sia citato esplicitamente, rientra a pieno titolo nell’area sollecitata dalla lettera dei “competitivi”. L’obiettivo di Roma è ottenere risultati incrociando le carte: intrecciare il dossier energetico con quello ucraino, mettendo sul piatto una fermezza assoluta sulle sanzioni a Mosca in cambio di aperture concrete su emissioni e flessibilità.
Ultimo aggiornamento: Martedì 13 ottobre 2026, 00:10









